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I movimenti islamisti si servono anche di ‘Imam radicali’ le cui retoriche spesso attraggono più giornalisti che fedeli e, soprattutto, le critiche da parte dei leaders tradizionali che li accusano di rappresentare il falso, di essere in cattiva luce e di occupare un ruolo centrale soltanto nella radicalizzazione e nel reclutamento di musulmani europei diventati parte dei movimenti stessi.

Gli imam radicali svolgono principalmente 4 funzioni:

  • Primi propagandisti, rendono rilevante la narrazione della militanza islamica alle condizioni di vita della seconda e terza generazione di musulmani europei;
  • Sono considerati autorità religiose, con il ruolo di governatori e, radicalmente, giustificatori per i casi di jihad violento;
  • Funzionano da magneti del reclutamento, che attraggono i seguaci dalle più svariate classi sociali e li integrano in reti ad essi più idonee;
  • Essi sono capaci di generare reti su reti, che fanno da collante per i movimenti islamisti, tramite i rapporti tra diversi gruppi e cellule.

Insomma, essi giocano un ruolo cruciale nel reclutamento e nella retificazione degli estremisti violenti; nell’apparire come ‘punti nodali centrali’ nella formazione di reti terroristiche, ma non nell’addestramento e nella pianificazione di attentati.


Una scoperta importante in base ad alcune ricerche riguarda il fatto che, mentre nel Nord Europa gli imam radicali ricoprono un ruolo di grande influenza socio-religiosa (Gran Bretagna, Scandinavia, Germania), nel Sud Europa invece hanno meno successo: in Spagna sembrano quasi essere trascurati o inesistenti come ‘problema’.

Essi si rivolgono soprattutto alle seconde e terze generazioni di musulmani europei, i quali, nonostante si sentano esclusi ed alienati, sono fermamente radicati in occidente. La forza degli imam sta nell’argomentare le loro ansie culturali e fornirgli un modello ideologico che gli permette di ribellarsi contro i loro parenti occidentalizzati e contemporaneamente contro la società occidentale.


Nel Nord Europa, sono abili nel mimetizzarsi fra i veri credenti e predicare in lingue che parlano fluentemente come l’olandese, il francese o l’inglese meglio dell’arabo o lingue orientali, ma in Paesi come la suddetta Spagna o anche l’Italia (si veda il caso di Muhammad Hafiz Zulkifal) dove la maggior parte della popolazione musulmana è arrivata negli ultimi 15-20 anni, questi motivi non sono rilevanti in quanto essi parlano quasi esclusivamente arabo e non sono facilmente impressionabili da un imam autoctono ed occidentale: ciò non significa che gli imam radicali del Sud Europa sono privi di attrattiva verso i fedeli, ma non hanno la giusta rilevanza per essere considerati un fenomeno di massa.

Ciò potrebbe significare una ‘fine dell’era degli imam radicali’ e della loro influenza deviante, conseguentemente ad alcuni cambiamenti: alcuni sono stati arrestati o deportati; le moschee sono meno disposte nel fornirgli un luogo di predicazione; le nuove leggi contro-terrorismo obbligano gli imam a pensarci due volte prima di incitare i seguaci all’uso della violenza.

Ad esempio in Francia, dal 2001, è stata abbassata la soglia in base alla quale un comportamento viene giudicato inaccettabile (basta essere considerato un ‘ideologico punto di referenza’ per gli islamisti), mentre in Inghilterra si punisce solo in caso di incitamento alla violenza. La questione francese include il fondamentalismo attuato dai salafiti i quali hanno posizioni incompatibili con le norme europee riguardo argomenti sociali ed il cui coinvolgimento nella militanza islamista è poco nota.

La decisione del governo francese in base alla quale alcuni imam radicali sono lasciati liberi di ‘lavorare’ sta prima nel fatto che non tutti gli imam radicali inneggiano al terrorismo ed anche perché gli imam che sono stati allontanati dal Paese continuano ad essere in contatto con i loro seguaci tramite piattaforme online (tipo Paltalk), in cui vengono diffusi sermoni e messaggi jihadisti, ma anche offline. Quindi è da intendersi come una strategia di monitoraggio, anche perché l’attività degli imam può essere al massimo ridotta e mai completamente eliminata.


Un caso da considerare riguardo alle diverse funzioni ricoperte dagli imam radicali, è quello di Abdul Jabbar van de Ven, olandese convertito all’Islam. Dopo un anno passato in Arabia Saudita, ritornò in Olanda come istruttore sul significato reale dell’essere un musulmano e con l’obiettivo di impegnarsi nel proselitismo islamico in tutto il mondo così da poter diventare uno dei più grandi imam. Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, Jabbar riuscì ad acquisire notorietà nazionale quando dichiarò pubblicamente la sua solidarietà con Bin Laden e con l’assassino del filmmaker Theo van Gogh, aggiungendo che avrebbe voluto vedere molti parlamentari olandesi morti. Ne conseguirono ‘viaggi di lavoro’ in tutta l’Olanda che allargarono la sua rete di conoscenze estremiste, fino a coinvolgere anche reclutatori del NordAfrica. Anche se gli mancava una preparazione religiosa adeguata, la sua visione di cosa è haram e cosa è halal influenzò gran parte del mondo musulmano europeo e la sua propaganda si spinse fino al progettare un attentato al primo ministro olandese. Egli, quindi, non operò soltanto come reclutatore ed aggregatore di ‘menti violente’ ma anche come incitatore dell’estremismo violento.

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