project 1586 body prayer inmate
Se il ruolo delle moschee è diminuito nel reclutamento degli islamisti militanti, il contrario si può dire per quanto riguarda le prigioni. Ciò ha molto di paradossale: mentre le moschee possono essere il luogo pubblico meno controllabile, le prigioni sono spazi chiusi in cui l’accesso è molto ristretto; ed inoltre, come suggeriscono varie indagini e ricerche, esse sono un ambiente ad alta conduzione di radicalizzazione ed ideali per il reclutamento, condizioni destinate a crescere se non saranno controllate.

I punti base della radicalizzazione all’interno delle carceri sono:

  • Le prigioni sono ambienti disorganizzati ed in cui gli individui si confrontano quotidianamente con problemi esistenziali particolarmente intensivi. In questo contesto, la religione offre un senso di certezza e sicurezza oltre ad una possibilità di chiudere con il passato: ciò spiega perché il tasso di conversione religiosa in prigione è più alto rispetto alla popolazione generale;
  • Le conversioni all’Islam da parte di musulmani non praticanti (i ‘born again’ di Khosrokhavar) o di individui di altre religioni, è di gran lunga maggiore rispetto alle altre religioni.

È un po’ come se individui che hanno sempre vissuto senza leggi, che non si sono mai presi cura di nulla e che non hanno mai avuto motivi per andare in chiesa, iniziassero ad interessarsi alla religione, con cui hanno a che fare nei giorni della settimana. Qual è, quindi, il potere dell’Islam?


Per usare le parole di Farhad Khosrokhavar, studioso dell’Islam citato più volte nei miei articoli: ‘l’Islam in Europa e soprattutto in Francia, sta diventando la religione degli oppressi, quello che un tempo lo era il Marxismo’.

Secondo molti esperti infatti, la popolarità dell’Islam fra i carcerati è dovuta al fatto che essa è diventata un simbolo della sfida anti-sistemica e la conversione all’Islam costituisce un atto di ribellione. Per altri, invece, è spiegabile tramite la sua semplicità e la relativa facilità con cui ognuno si può dichiarare musulmano.


L’essere parte di un gruppo islamico radicale (facendo riferimento alla Sociologia dei Gruppi) significa ‘aderire a retoriche e comportamenti propri dei movimenti islamisti, di un gruppo che soddisfa i bisogni primari individuali in una rete sociale’: ciò gli permette di evitare l’isolamento e previene il ‘bullismo’ degli altri detenuti. L’identità islamica inoltre dà ai suoi membri un senso di forza e superiorità: essi infatti possono vantarsi di far parte di una missione, conseguente all’abbandono del loro passato in cambio di un grande dovere, cosa che fa di essi individui più determinati per la loro nuova causa e detenuti più temuti e rispettati da tutti per la loro retorica jihadista.


Essere membri di un gruppo islamista in un carcere, comunque, non significa sempre essere parte di movimenti islamisti. Alcuni non hanno collegamenti con i gruppi esterni (e devono cercarli una volta fuori dal carcere), altri cercano di attivare collegamenti con il jihad direttamente dall’interno della prigione e per far renderlo possibile si ricorre a due metodi.


Il primo necessita di ‘imam radicali’ i quali hanno il permesso di accesso alla prigione per fornire l’istruzione religiosa, ma in realtà costituiscono un’accelerazione al processo di radicalizzazione e reclutamento in cellule estremiste.  Questo tipo di problema è stato riscontrato da molti direttori e gestori di carceri, soprattutto in Spagna e Francia, dove è stato introdotto, per alcune carceri, un certificato d’accesso nelle carceri per ‘imam fidati’; dove non è previsto questo certificato, ovviamente, il controllo sulle pratiche religiose resta limitato e, dove lo staff di sicurezza non è sufficiente, è difficile interferire con le attività specialmente dove sono praticate in lingua araba o orientale.

Il secondo modo avviene attraverso ‘militanti islamisti detenuti’ i quali hanno più credibilità e miglior reputazione degli imam radicali: essi, all’interno del carcere, vengono trattati come profeti, eroi grazie alla loro capacità di facilitare le connessioni con le cellule terroristiche esterne.


Molto probabilmente, i detenuti potenzialmente collegati a movimenti islamisti violenti, e quindi da tenere maggiormente sott’occhio, sono quelli che hanno da scontare pene minori (2-3 anni) in quanto nel loro ‘passaggio nella detenzione’ potrebbero seminare conversioni (soprattutto verso rami radicali dell’Islam) e radicalizzazione estremista con i conseguenti raccolti, per poi attendere all’esterno i nuovi militanti.


Una possibile soluzione potrebbe essere quella del ‘concentrato ed isolato’ consistente nel concentrare i detenuti di evidente appartenenza islamista in prigioni isolate dal resto della popolazione carceraria. Il ‘contro’ di questa soluzione sta nel fatto che il sistema carcerario verrebbe etichettato come ‘anti-Islam’ con conseguente pretesto per la creazione e l’organizzazione e di nuclei jihadisti (come una sorta di Abu Ghraib nella nascita dell’ISIS) pronti all’azione violenta.

Una soluzione ‘a via di mezzo’, ideata da ricercatori francesi, sarebbe quella di cambiare le ‘formazioni’ di detenuti, cioè evitare la creazione di rapporti troppo stretti tramite lo spostamento periodico da cella a cella, vietare l’uso di simboli islamisti radicali e l’esposizione di fotografie di leader jihadisti.