MOschea Al aqsa
L’islam politico, per la propaganda dei suoi messaggi, si serve di luoghi comuni e frequentati dal giusto ‘target’ di individui. Uno di questi è ovviamente la Moschea, luogo di culto ma anche ‘terreno facile’ per la diffusione di dottrine islamiche radicali come Wahhabismo, Salafismo jihadista o simili.


Diversamente dalla maggior parte delle chiese cristiane, le moschee occupano una parte integrale nella vita quotidiana delle comunità musulmane. Esse non sono soltanto centri di culto e di spiritualità, ma mettono in pratica anche attività educative, attività dedicate al benessere dei credenti e rappresentano un luogo di raduno per differenti generazioni. Supervisionate da un Imam, molte moschee inoltre offrono la possibilità a diversi gruppi ed associazioni di servirsi della moschea stessa per le proprie attività ed eventi. Alla luce di ciò è logico immaginare che gli estremisti violenti hanno cercato di sfruttare le moschee come un luogo in cui cercare supporto e reclutare seguaci, semplicemente perché non esiste miglior luogo in cui incontrare e conoscere un gran numero di devoti che potrebbero essere aperti ai messaggi politici diffusi dai vari movimenti islamisti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo dei militanti islamici era gestire alcune moschee e trasformarle in centri di attività estremista: ad esempio in Germania, un’indagine del 2002, scoprì che gli estremisti stavano cercando di impadronirsi delle moschee per farne ‘rifugi sicuri’ dai quali supportare le azioni dei mujahideen e ‘costruire’ un sistema di reclutamento per nuovi combattenti.

Anche il ‘Centro culturale islamico’ di Milano, come il Finsbury Park di Londra ed altre moschee europee divennero centri di propaganda dell’estremismo violento in quanto, essendo moschee radicali, rappresentavano luoghi di facilitazione per il processo di reclutamento.

Un metodo utilizzato dagli estremisti è l’infiltrazione tra i membri della moschea, attraverso vari metodi dipendenti dalle circostanze: presentarsi come scolari che vogliono imparare le preghiere; con la costruzione di gruppi di preghiera in cui propagare il messaggio estremista, oppure con l’approccio individuale a fine preghiera. Gli estremisti scoperti nella propaganda di messaggi violenti vengono spesso allontanati perché per le commissioni che gestiscono le moschee è bene stare lontani dai messaggi islamici politici anche se politica e religione sono inseparabili nell’Islam, anche se la moschea è “una coabitazione di una serie di domande”.

Può comunque succedere che le moschee forniscano l’ambiente per le attività di reclutamento (ma ciò non significa che le moschee siano terreni per l’allevamento dei terroristi). Esempio del genere può essere una cellula islamista della periferia parigina che, da ritrovo spirituale si trovò ad essere il principale centro in cui i membri poterono assistere e gioire per le insurrezioni violente in Iraq: quando però molti cittadini francesi collegati al gruppo stesso furono uccisi o detenuti dagli americani, le autorità francesi capirono di avere a che fare con una moschea di propaganda estremista. Ne conseguì la sua chiusura che, per gli estremisti, significò soltanto un cambio di luogo per il culto.


Ci sono buoni motivi per credere che, negli ultimi anni, il ruolo giocato dalle moschee per quanto riguarda il reclutamento estremista è cambiato.

Il primo concerne il fatto che alcune moschee radicali, indicati come il perno per la militanza islamista, non esistono più: sono state o abbattute oppure prese in gestione da leader moderati.

Il secondo motivo sta nel fatto che le commissioni che gestiscono le moschee, hanno adottato politiche di ‘tolleranza zero’ nei confronti di chi manifesta attività propagandistiche estremiste, il chè, unito alla supervisione di autorità investigative, costituisce un ostacolo per l’estremismo islamico.

D’altro canto, questo non significa neanche che le moschee non giocano più nessun ruolo nel reclutamento di fondamentalisti violenti, anzi, sembra che i reclutatori continuino a servirsi delle moschee per ‘scoprire talenti’ o come luogo di primo contatto. I membri dei gruppi islamisti si mimetizzano tra i fedeli, operano in silenzio e si rendono disponibili a fraternizzare con individui che reputano interessati/interessanti a fini violenti.

Mantenere un basso profilo è quindi il metodo più diffuso tra i reclutatori estremisti. Anche la moschea M30 di Madrid ne può essere un esempio: questa, prima degli attacchi avvenuti nel marzo 2004, operava non soltanto come luogo di reclutamento, ma era una vera e propria base operativa in cui svolgere riunioni jihadiste, all’oscuro di tutti. Una soluzione a questo problema, come suggerì un funzionario dell’intelligence spagnola, fu quella di convincere le ‘reclute’ a partecipare alle sessioni di studio in appartamenti privati e con predicatori di fiducia.


Concludendo
: l’attività dell’estremismo islamico all’interno delle moschee va individuata ed eliminata. La moschea è prima di tutto un luogo spirituale che ospita folle di fedeli di qualsiasi età e le prime ‘vittime’ della propaganda jihadista potrebbero essere i credenti più piccoli, ignari dell’indottrinamento che potrebbero subire. L’infiltrazione di individui fondamentalisti tra i veri credenti è una minaccia sempre presente, ma una buona collaborazione tra chi gestisce la moschea e le autorità di vigilanza sarebbe un ottima arma contro il terrorismo.