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L’enorme adesione alla corrente del Salafismo rivoluzionario (o jihadista) da parte soprattutto di convertiti all’Islam e foreign fighters, presenta questo movimento come la causa delle guerre islamiste sia sul suolo mediorientale e sia su quello occidentale. Sicuramente è uno dei movimenti più violenti ed aggressivi tra quelli islamisti, ma quali sono i motivi che spingono ad una conversione così radicale? Quali sono gli obiettivi di questo movimento che ha influenzato le menti dei leaders islamici più violenti?



Il salafismo-jihadista è parte dell’intero movimento salafita, i cui membri credono nelle pratiche ed usanze religiose dei primi musulmani e cercano di emularli tramite un approccio letterale al Corano ed alla Sunna, visti come una guida per i comportamenti quotidiani.

Sono credenti ultraconservativi e puritani nelle pratiche religiose, accompagnate da una eccessiva enfasi su cosa è permissibile (halal) e cosa è illecito (haram). Il loro primo obiettivo, come già detto, è quello di stabilire uno stato ‘puro’ basato sulle leggi islamiche (sharia), facendo ricorso alle armi, alla ‘guerra sacra’ come vendetta per tutti i soprusi subiti dall’intero mondo musulmano.

Il termine Jihadi-Salafist è riferito a quei musulmani radicali che considerano la violenza come necessaria per rovesciare i governi corrotti o occidentali, ed istituire l’unione degli Stati Islamici.

Il gruppo salafita-jihadista più conosciuto è “Al-Qaeda nel Maghreb Islamico” (AQIM), emerso nel 2007 dal “Gruppo salafita per la preghiera ed il combattimento”, ma già negli anni ’90 erano emersi gruppi gemelli in Nord Africa, tutti con lo stesso obiettivo: rovesciare e sostituire i governi ed i governanti apostati.


Ciò che ha distinto le prime generazioni di salafiti-jihadisti dagli altri fu il rifiuto sia della preghiera che della politica come mezzo principale per i loro obiettivi, in favore di un jihad violento e diretto. Ma il movimento, anche se AQIM ed i suoi successori si integrarono nelle tribù locali, non ebbero un totale supporto in Nord Africa, anche tra le potenziali popolazioni che si sentivano sdegnate dai loro governi considerati empi e corrotti e critiche nei confronti dell’occidente: ciò fu dovuto in parte ai metodi violenti adottati da AQIM, indiscriminati e spesso più ‘fuori legge’ che ideologici.

Anche attualmente, il movimento jihadista fa sentire la sua presenza: gli attacchi nel Mali del 2012 e quelli in Algeria e Tunisia nel 2013 dimostrano la sua esistenza e la perseveranza delle attività del tradizionale Salafismo-jihadista. Oggi i militanti di ISIS, come ieri quelli di al-Qaeda, attraggono centinaia e forse migliaia di nuovi membri per combattere in zone calde come la Siria, l’Iraq e zone limitrofi ma il movimento resta comunque un fenomeno marginale ed incapace di mobilizzare il vero numero necessario di combattenti che servirebbero per raggiungere l’obiettivo finale, il più grande: la costruzione dello Stato Islamico.

Dalla rivolta araba del 2011, è emersa una nuova generazione di jihadisti-salafiti: una nuova generazione che predilige una sorta di combinazione di attivismo aggressivo, azione diretta e violenza occasionale. Questi hanno interiorizzato i messaggi salafiti ed integrati con il desiderio politico di governare, conservando la retorica violenta del jihadismo di al-Qaeda. La creazione di nuovi gruppi impegnati nell’attivismo civico e nell’azione politica diretta, che non rifiuta la violenza, ha portato il genere più violento di Salafismo all’interno della tradizione: essi infatti (i salafiti più violenti) spesso “affiancano” i non-violenti; frequentano le stesse moschee, le stesse scuole e le stesse università. Quello che è cambiato è il contesto politico che forza i salafiti a rivalutare i loro metodi.


Un approccio per categorizzare a grandi linee il salafismo-jihadista è offerto da Thomas Hegghammer il quale ha delineato cinque motivazioni di base che ispirano i gruppi salafiti e successivamente divisi in base ad essi. Le motivazioni sono: orientamento statale, orientamento nazionale, orientamento alla umma, orientamento morale e settario. Molti islamici violenti sono motivati da più se non tutti gli orientamenti elencati, mentre altri considerano uno più forte degli altri, ed è quello che forma la strategia e le priorità e che solitamente determina la direzione e la forma della loro violenza.

Una ricerca sul campo è quella svolta da Monica Marks in Tunisia. La studiosa suggerisce che l’identità è il primo fattore che determina se qualcuno diventerà un salafita, che tipo di salafita e quale posizione avrà riguardo alla violenza, arrivando alla conclusione che: i giovani salafiti che rifiutano il quietismo ed i partiti politici del salafismo politico diventeranno combattenti salafiti.

La nuova generazione di salafiti-jihadisti elude la maggior parte delle categorie e definizioni in parte perché i suoi membri adottano diverse tattiche in diversi contesti, basate sui cambiamenti delle circostanze locali.

E la loro ascesa rappresenta più di un rilancio dell’ideologia di bin Laden: è formato dai fallimenti di questa ideologia, o meglio dai fallimenti della sua strategia.


Affrontare e risolvere tutti i problemi politici, economici e sociali significa re-islamizzare la società, ritornare ai valori originari, e per fare questo c’è bisogno di movimenti che ricoprano ruoli simili a quelli degli albori dell’Islam. Sono questi i motivi che spingono all’arruolamento. Sono queste le motivazioni del Salafismo jihadista.

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