L’avv. Eugenio Gargiulo fornisce alcune delucidazioni in tema di “Mobbing” nei confronti dei calciatori, ovvero quando il calcio scopre il diritto del lavoro!

È un fenomeno in ascesa: da qualche anno, il calcio italiano ha scoperto il “mobbing”.  Numerosi calciatori , sia professionisti sia appartenenti alla lega nazionale dilettanti, stanno denunciando  le rispettive società calcistiche di appartenenza al Collegio arbitrale della Lega chiedendo la risoluzione del contratto e un risarcimento per i danni subiti.

Nelle istanze avanzate non compare quasi mai  il termine “mobbing”, ma di fatto secondo  gli stessi calciatori ricorrenti e i  propri legali ,di questo si tratta. E, sebbene a quanto pare le varie  denuncie non siano quasi mai precedute dalla diffida nei confronti dei comportamenti messi in atto dai vari club di appartenenza, da sei anni a questa parte sono moltissimi i casi analoghi di presunto “mobbing” che periodicamente finiscono al vaglio del Collegio. ( da ultimo vedasi il recente confronto tra il calciatore Osvaldo, messo fuori “rosa”, e la società Inter!)

Con mobbing si intende un comportamento discriminatorio finalizzato a procurare un danno al lavoratore stesso: si verte, infatti, in tema di diritto del lavoro. E il dorato mondo del calcio, dove  accade spesso che tutto sia permesso anche per via del denaro che gira, si trova così a  dover fronteggiare un aspetto prima mai considerato.

In tema di normativa , bisogna far riferimento all’articolo 7 dell’Accordo collettivo siglato da Aic-Figc e Lega calcio (in vigore dall’ottobre 2005), che viene contestato dai calciatori: si riferisce a “Preparazione precampionato ed allenamenti” e vi si esplicitano i diritti/doveri dei calciatori. L’aspetto decisivo si trova spesso in questi meandri, perché non è infrequente che i club mettano di fatto alcuni giocatori fuori rosa (ad esempio facendoli sì allenare, ma non con i compagni, nonostante non vi siano casi di indisponibilità accertate) ma non attraverso il “fuori rosa tecnico”, regolato dall’art. 11 del medesimo accordo, che le società possono chiedere al Collegio arbitrale a fronte di determinati inadempimenti. La falla, spesso, si trova qui, ed ecco allora che i calciatori, in base all’art. 12, possono contestare le violazioni ai club chiedendo il reintegro (i club hanno tre giorni dalla ricezione del telegramma per adempiere), ma anche la risoluzione e i danni, pari al 20% della parte fissa dell’ingaggio annuale lordo. Molto spesso sono stati proprio i giocatori ad ottenere soddisfazione dai collegi giudicanti.

Tra i precedenti in materia , spicca il caso del calciatore Goran Pandev che , in base a questa contestazione, ottenne giusto lo svincolo dalla Lazio e il risarcimento, svincolo, però,  che non ottenne Ledesma (il club lo reintegrò, a differenza del macedone): in entrambi i casi i giocatori avevano denunciato il comportamento della società che li teneva da separati in casa non avendo i due accettato di prolungare il contratto che sarebbe andato in scadenza l’anno successivo.

 Nel 2006 Luis Jimenez contestò il comportamento alla Ternana, ma gli umbri vennero denunciati anche nel 2008 da una decina di calciatori. Accadde in serie C ( oggi Lega Pro) - dove i casi sono numerosi e meno noti - e tre di loro ottennero svincolo e danni: si trattava di Fattori, Corrent e Oshadogan, tutti con un passato in A. La Ternana fu anche penalizzata di 1 punto, ma successivamente, la penalizzazione venne revocata.  Contestarono anche  il mobbing alla Lazio, nel 2004, Dino Baggio e Paolo Negro, che vinsero la causa.

Possiamo concludere dicendo che dobbiamo aspettare una definizione normativa che definisca meglio il problema del Mobbing anche in ambito calcistico. La questione necessita una linea più chiara da seguire definendo dei parametri più specifici per non incorrere in casi “falsi” di mobbing. Purtroppo l’evoluzione del calcio ha portato anche a questo e speriamo che di questi casi in futuro se ne sentano parlare molto meno!

Foggia, 26 gennaio 2015
avv. Eugenio Gargiulo

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