leonardo di caprio

Che Leonardo Di Caprio sia un uomo da Oscar, ce ne siamo accorti già da qualche anno.

Da prima che affondasse il "Titanic" ma soprattutto dopo, con interpretazioni con le quali si è volutamente discostato dal ruolo dell'eroe romantico, per dimostrare di essere un attore a tutto tondo che non punta sulla sua bellezza (che pur è evidente), per assumere ruoli addirittura agli antipodi di Jack Dawson, basta ricordare, ad esempio il personaggio di Calvin J. Candie in "Django".
In "The wolf of Wall Street", invece, impersona l'avidità, che porta all'eccesso, la truffa che fa guadagnare milioni di dollari e quindi un potere quasi assoluto. Diretto magistralmente da Martin Scorzese, il film è tratto dall'omonimo romanzo di Jordan Belfort, l'autobiografia di uno squalo della finanza, cinico e spietato, dedito alle droghe, alle prostitute e a ingannare inesperti risparmiatori, abbindolati dalla speranza del "sogno americano".

Un personaggio che calza a pennello a Di Caprio che riesce a ritrarre l'inarrestabile ascesa di un giovane qualunque, ma dalle grandi doti di venditore: "Mi chiamo Jordan Belfort. L'anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni di dollari, cosa che mi ha fatto incazzare, perché ne mancavano solo tre e avrei ottenuto una media di un milione a settimana", è così che si presenta il protagonista allo spettatore che in questo modo è subito gettato nella tana del lupo. Tutto inizia con un pranzo di lavoro con il primo maestro di Jordan, Mark Hanna (interpretato da un memorabile Matthew McConaughey che anche lui sembra aver abbandonato per sempre i panni del bello e impossibile), che gli spiega le regole fondamentali per farsi posto nel mondo della finanza: essere un tutt'uno col proprio telefono, sniffare la cocaina per tenersi sempre sveglio, masturbarsi almeno due volte al giorno per allentare la tensione e infine intonare il rituale "blues" dei broker, un mantra che il "lupo" Jordan farà suo e sul quale formerà il proprio branco.
È da qui che inizia l'impennata di Jordan Belfort. È la fine degli Ottanta, quando dopo il martedì nero, 19 ottobre 1987, il capitalismo sembra non avere né limiti né scrupoli ed è da questo stato di cose che si srotola la narrazione esplosiva di un delirio di onnipotenza che porta Belfort a credere di poter prendere sotto gamba i continui avvisi di Denham (Kyle Chandler), agente dell'FBI che ha intuito che c'è qualcosa di poco chiaro dietro i suoi affari.

Il merito di Scorsese è quella di condurre lo spettatore all'interno del mondo del lupo Belfort, nella lussuria e nel lusso assolutamente da non invidiare, ma, anzi, è quasi ridicolizzato. Tanti sono, infatti, i momenti esilarati della pellicola, compreso l'arresto di Jordan Belfort che segna la sua inevitabile discesa verso gli inferi della normalità e della sobrietà.
È chiaro che l'ambientazione di "The Wolf of Wall Street" è quella della finanza "sporca" che ha portando alla grande crisi in cui siamo ancora immersi, ma Scorsese non ne fa cenno nemmeno per un attimo. Tutto è incentrato su Di Caprio e Jonah Hill che impersona Donnie Azoff, il suo braccio destro, che dettano perfettamente i tempi del film che, è bene saperlo, dura tre ore.

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