Il 7-1-12, dopo sedici anni condivisi in maniera irripetibile, in conseguenza dell'inquietante inscienza di un veterinario, si spegneva l'esistenza del mio cane Argo, il cui ricordo rimarrà sempre presente nella mia mente e nel mio cuore.

Il nome Argo, ricorda comunque anche altro: ricorda l'insonne e instancabile pastore dai cento occhi, vinto da Ermes, così come ricorda il cane di Ulisse, chiamato da Omero “il veloce” per antonomasia. Non a caso, il capoluogo dell'Argolide era conosciuto come “la città bianco-lucente”. Cosi si evince il primo dei significati di questo termine: un significato comprendente gli specifici attributi dell'argòs, i quali si compendiano nella rapidità, nella velocità, nella lucentezza e nella nitidezza.

Successivamente, la lingua greca adottò lo stesso termine per riferire circostanze diametralmente opposte, come la pigrizia, l'ozio, l'inerzia. Del resto, l'etimologia di argòs si fa' derivare da a-ergòs, dove l'alfa privativa rovescia tutte le proprietà dell'ergòn e quindi del lavoro.

La lingua greca, così ricca e precisa, offre il curioso caso dello stesso vocabolo impiegato per indicare sia il “pigro”, sia l'”agile e veloce”. Il che non vuol però dire di avere di fronte un semantico contraddittorio, come vedremo meglio in seguito. Neppure quando Omero impiega il termine “argòs” per descrivere un animale “grasso e ben pasciuto” che pascoli “pigramente”. Perché soltanto un animale “grasso e ben pasciuto” può permettersi di pascolare “pigramente”. Il caso contrario, cioè quello di un animale affamato, imporrebbe la necessità di affrettarsi per trovare il cibo. Quell'animale dovrebbe affrontare un dispendio energetico per diventare “grasso e ben pasciuto”, anziché crogiolarsi in un indolente riposo.

Platone, nelle “Leggi”, usa il termine “argòs” sia nel senso di “immune da fatica”, sia di “esentato dall'onere del lavoro”, il quale coincide in fondo con l'essere liberi e quindi con l'essere “uomini”.

Eschilo impiega la stessa terminologia nel senso di “riluttante” o “restio”, ma non come sinonimo di passiva pigrizia, bensì di attiva resistenza nel fare cose inutili o noiose o eccessivamente dispendiose, se commisurate con il risultato conseguito. Questo tipo di pigrizia rappresenta sicuramente la migliore manifestazione dell'intelligenza.

Per Virgilio, il “jucundum nihil agere”, cioè il dolce far niente di Plinio il Giovane, è un dono divino e soddisfa l'esigenza dei filosofi di coniugare l'ozio con le lettere, e conseguentemente con l'unica condizione per la quale “l'insopportabile fatica di non fare niente”, diventa la condizione necessaria per l'esercizio delle superiori facoltà mentali. In tal modo, si nobilita l'inerzia, esaltando il pensiero e la ragione. Tutto questo avviene a una sola condizione: che la Ragione si mantenga in costante attività. Ma non come nel caso del mitico Argo con i suoi cento occhi sempre aperti per scrutarsi attorno, e quindi per l'esteriorità, quanto per indagare costantemente il di dentro e quindi l'interiorità.

Nell'antica Grecia qualcuno si stancò di scrutare gli enigmi della conoscenza. Agli occhi di taluni, costui appariva come un megarico, agli occhi di altri appariva come un sofista, mentre per altri ancora era Protagora lo “spacciaimposture”. Il quale si concentrò sul riposo, motivandolo in questo modo: “...non è possibile per l'uomo ricercare né ciò che sa, né ciò che non sa; infatti, non potrebbe cercare ciò che sa, perché lo sa già, e intorno a ciò che non occorre ricercare, né intorno a ciò che non sa, perché in tal caso non sa cosa ricercare”. (Platone, Menone, 80e). D'altra parte, “...l'anima dell'uomo è immortale e quando termina la vita terrena, il che si chiama anche morire, rinasce e non perisce mai...e poiché l'anima è immortale ed è più volte rinata, e poiché ha veduto tutte le cose, e quelle di questo mondo e quelle dell'Ade, non v'è nulla che non abbia imparato; sicché non è cosa sorprendente che essa sia capace di ricordarsi intorno alla virtù e alle altre cose che già in precedenza sapeva” (Platone, Menone, 81d).

Così tutto diventa più semplice: il fatto di ricercare e apprendere, si compendia nel ricordare. Basta aver pazienza e, prima o poi, magari avvalendosi della maieutica di un maestro, i ricordi riemergeranno. Il che potrebbe sembrare un “argòs logos”: se sei costretto a dover vivere, a morire e a rinascere continuamente, questo comporta il continuo aumento della tua conoscenza.

Servendosi di questo ragionamento, Protagora non si spinse sino alla negazione dell'esistenza degli dei, ma si limitò a rilevare di non poter dire nulla sul loro conto. E forse fu proprio per questo che si salvò dalla morte, la quale serviva però a Socrate per poter imparare qualcosa in più. Invece, Protagora, angustiato dalla brevità della vita umana, seppe soltanto dare questo sconsiderato consiglio, riportato da Epicuro: “Bisogna incominciare a studiare da giovane”.Taluni sostengono che in proposito Protagora avesse torto, essendo la sapienza un dono divino. L'arte maieutica di costoro, che non hanno studiato da giovani, né attuano esercizi di conoscenza in quanto la loro scienza non ne avrebbe bisogno, fa' emergere i ricordi di innumerevoli vite trascorse, nelle quali ognuno di loro fu l'artista e non il semplice falegname. Sebbene a questo punto venga da domandarsi dove sia finita tutta la bassa plebe che non sembra reincarnarsi.

In tale contesto, l'iperattivo Argo è sempre li. Lui identifica l'insonne e instancabile pastore dai cento occhi. Il quale non ozia, ma fa' la guardia. Lui è solerte, zelante. Proprio come il cane di Ulisse, che aspetta per anni il suo padrone, perché senza lui non saprebbe cosa fare. E proprio come noi, la sua famiglia, che non sappiamo cosa fare senza il nostro Argo.


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