voto alle donne
La mistica della femminilità
Betty Friedan 

Il problema della condizione femminile, e in particolare il problema della conquista della parità politica con i maschi, cominciò ad assumere rilevanza agli inizi del Novecento, in Inghilterra e negli Stati Uniti, e trovò una prima soluzione con il riconoscimento alle donne del diritto di voto, rispettivamente nel 1918 e nel 1920. In Italia, come si sa, soltanto nel 1946 tale diritto fu riconosciuto.
Negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta non ci furono sviluppi rilevanti nel processo di parificazione giuridica e sociale tra i due sessi: soltanto alla fine degli anni Sessanta, in concomitanza con l'esplosione dei movimenti di contestazione operaia
e studentesca, riemerse con vigore l'esigenza di superare la condizione di subaltemità della donna.

L'aspirazione diffusa di realizzare una concreta eguaglianza nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti sociali, rappresentò un forte elemento di aggregazione delle donne, dando luogo a forme diverse di organizzazione e a un esteso movimento di opinione che ha contribuito, in quest'ultimo ventennio, alla realizzazione di alcune tappe significative, anche se ancora insufficienti, nel difficile e lento processo di equiparazione tra i due sessi.
Ma le difficoltà per la donna di integrarsi pienamente nella vita sociale e produttiva in condizioni di totale parità con i maschi, non sono soltanto di ordine giuridico: vanno spesso ricercate in alcuni atteggiamenti mentali di fondo, nei condizionamenti dell'etica tradizionale e della religione, negli stereotipi assorbiti con l'educazione familiare e, talvolta, scolastica, che impediscono sovente alla donna di impegnarsi a fondo per trovare una sua identità ed esprimerla attraverso il lavoro. La «mistica della femminilità», gli stereotipi della casalinga, della moglie, della madre, incombono spesso sulle scelte delle donne, condizionandole nei loro progetti di vita e nelle loro aspirazioni professionali.
Sulla «spaccatura nell'immagine della donna» e sulle sue incertezze nella scelta tra gli impegni familiari e le aspirazioni a esprimere se stessa nel lavoro e a proiettarsi al di là della famiglia, proponiamo alcune considerazioni di BETTY FRIEDAN, dal celeberrimo
volume La mistica della femminilità, che illustrano questo problema nel contesto della società americana degli anni Sessanta.
Conciliare il matrimonio, la maternità e un'attività personale permanente è un problema che richiede un nuovo programma di vita.
Il primo passo verso un tale programma è quello di vedere il lavoro casalinge nella sua giusta prospettiva: non come una professione, ma come un compite da assolvere nel modo più rapido ed efficiente. Una donna che abbia smesse di caricare le attività del cucinare, del lavare, dello stirare, ecc. di significati superiori, è anche in grado di dire di no alla cucina economica con gli angoli smussati e ai quattro tipi diversi di sapone; può dire di no alle fantasticherie di massa proposte dalle riviste femminili e dalla televisione; e può dire di no alla ricerca motivazionale e ai manipolatori che vogliono incanalare la sua vita.
Allora potrà adoperare nel modo giusto l'aspirapolvere, la lavapiatti e tutti altri elettrodomestici, e persino la purea di patate istantanea, risparmiando tempo che può essere impiegato in modo migliore.
Il secondo passo, che forse è il più difficile per i prodotti di un'educazione orientata sul sesso, è quello di vedere anche il matrimonio nella sua giusta prospettiva, eliminando da esso quella patina di retorica che è stata imposta dalla mistica della femminilità. Molte donne con cui ho parlato provavi un'inspiegabile scontentezza nei confronti dei mariti, e una continua irritazione nei confronti dei figli, finché consideravano il matrimonio e la maternità come l'approdo definitivo della loro vita. Ma nel momento in cui cominciavano a impiegare le loro capacità nel perseguire una propria finalità entro la società, sentivano non soltanto una vitalità e una completezza maggiori in loro stesse, ma un sentimento diverso verso i mariti e i figli. 
Il solo modo in cui la donna, al pari dell'uomo, può ritrovarsi e riconosce è quello di svolgere una propria attività creativa. Non esiste altro modo. Ma un lavoro, un lavoro qualsiasi, non è la risposta. In realtà una simile soluzione può essere a sua volta una trappola. Le donne che non cercano occupazioni all'altezza delle loro effettive capacità, che non consentono a se stesse di maturare quegli interessi permanenti che esigono un'istruzione e una preparazione seria, che si impiegano a venti o a quaranta anni per «dare una mano alla famigli o solo per ammazzare il tempo libero, si stanno avviando, non diversamente da quelle che rimangono intrappolate nel ruolo di casalinga, verso un futuro inesistente.
Perché possa rappresentare una liberazione per la donna, un lavoro deve poterla impegnare seriamente e in modo permanente. ... 
A causa della mistica della femminilità (o forse a causa del semplice timore del fallimento, quando ci si deve misurare senza il privilegio o la scusa del sesso, la cosa più difficile per chi decide di uscire dalla prigionia casalinga è il salto dal piano dilettantesco a quello professionistico. Ma anche se non lavorare per mantenersi, la donna può trovare l'identità solo in un'attività abbia un reale valore per la società: in un'attività che la nostra società normalmente retribuisca. La retribuzione è più di una ricompensa; comporta un preciso impegno. Per timore di questo impegno, centinaia di casalinghe suburbane intelligenti ed istruite coltivano oggi fantasie su ciò che avrebbero potuto essere, o si occupano di arte e musica sul piano dilettantesco dell'«arricchimento personale», o si impiegano come segretarie o commesse, mansioni che stanno molto al di sotto delle loro concrete possibilità. 
Una donna deve dire molto chiaramente di no alla mistica della femminilità per sopportare la disciplina e lo sforzo che ogni impegno professionale richiede.
Infatti la mistica non è soltanto una costruzione intellettuale. Moltissima gente ha, o crede di avere, un interesse costituito nella perpetuazione della condizione della casalinga. Non si sa quanto occorrerà alle riviste femminili, ai sociologi, agli educatori e agli psicanalisti per correggere gli errori che perpetuano la mistica della femminilità, ma è certo che adesso una donna deve fare i conti con pregiudizi, gli errati timori e gli ingiustificati dilemmi di cui si fa portavoce marito; e di cui si fanno portavoce gli amici e i vicini, o forse il suo pastore, sacerdote o rabbino, o l'insegnante dell'asilo del figlio, o il benintenzionato é assistente sociale del centro d'orientamento, o magari i suoi innocenti figlioletti
Ma la resistenza, da qualsiasi fonte provenga, è meglio vederla per quello che è.
Anche la tradizionale resistenza dell'ortodossia religiosa si maschera oggi con le tecniche manipolative della psicoterapia. Le donne cattoliche o ebree osservanti non si liberano facilmente dall'immagine della casalinga; quest'immagine è incorporata nei canoni della loro religione, nei precetti della loro infanzia e dell'infanzia dei loro mariti, e nelle definizioni dogmatiche del matrimonio e
della maternità che dà la loro chiesa. 
Anche per donne meno osservanti l'arma più potente della mistica della femminilità è la tesi secondo cui, accettando un lavoro extracasalingo, esse rinnegano in pratica marito e figli. Se per una ragione qualsiasi il figlio s'ammala o il marito incontra qualche difficoltà, la mistica della femminilità, le dicerie insidiose dei vicini e la stessa voce interiore della donna daranno la colpa
della cosa al suo rifiuto di accettare il ruolo di casalinga. È allora che molte donne rinunciano definitivamente o rinviano sine die i loro impegni verso se stesse e verso la società. 
Quando un numero sufficiente di donne si impegnerà a svolgere progetti di vita conformi alle loro reali capacità, non dovranno sacrificare il diritto ad una onorevole concorrenza più di quanto non dovranno sacrificare il matrimonio e la maternità. È ingiusto continuare a indicare scelte inesistenti che spingono le donne a opporsi inconsciamente ad un serio impegno o alla maternità, e
che impediscono di individuare i necessari mutamenti sociali. Il sesso diventa un impedimento per la donna e uno svantaggio per la società se essa imita pedissequamente il modo in cui l'uomo affronta la sua professione o si rifiuta di mettersi in concorrenza con l'uomo. In passato è stata necessaria alle donne - e lo è ancora - una straordinaria fermezza di propositi per perseguire i loro progetti di vita di fronte ad una società che non attendeva e non attende nulla da loro. Tuttavia queste donne, a differenza delle casalinghe d'oggi, i cui problemi si moltiplicano con il tempo, risolvevano le loro difficoltà e procedevano oltre. Resistevano ai tentativi di persuasione e manipolazione, e non rinunciavano ai loro valori in cambio dei vantaggi del conformismo. Non si rifugiavano nell'isolamento privato, ma affrontavano le sfide del mondo reale. Ed erano del tutto coscienti della propria
identità.
Esse facevano, forse senza rendersene conto chiaramente, ciò che ogni uomo e ogni donna dovrebbero fare ora per tenersi al passo con la storia e per trovare o conservare la propria identità nella società di massa. La crisi d'identità degli uomini e delle donne non può essere risolta da una generazione a vantaggio di quella successiva; nella nostra società in rapida trasformazione, deve essere affrontata in continuazione, e risolta solo per essere affrontata di nuovo nel giro di una vita. Un progetto di vita dev'essere aperto al mutamento, a misura che si aprono nuove possibilità nella società e in se stessi. Oggi, in America nessuna donna che si metta alla ricerca della propria identità può sapere con sicurezza dove il processo la porterà.
Alla luce della lunga battaglia femminile per l'emancipazione, la recente controrivoluzione sessuale americana è stata forse una crisi decisiva, un intervallo prima che la larva esca dal suo involucro verso la maturità, un indugio nel
corso del quale milioni di donne si sono messe in ghiaccio e hanno smesso di maturare. Si dice che verrà un giorno in cui la scienza potrà prolungare la vita del corpo umano congelandone la crescita. Da un po' di tempo le donne sono più longeve degli uomini, e passano come fantasmi attraverso il resto della loro vita. Forse in America gli uomini potranno vivere più a lungo quando
le donne sopporteranno una parte maggiore della battaglia con il mondo, invece d'esser loro stesse un peso. Ritengo che le loro energie sprecate continueranno ad esser distruttive per i mariti, per i figli e per loro stesse, finché non verranno
adoperate in un proprio rapporto con il mondo. Ma quando le donne, al pari degli uomini, emergono dalla vita biologica per realizzare la propria piena umanità, il resto della loro vita può diventare il tempo delle più alte soddisfazioni.
A quel punto la spaccatura nell'immagine della donna verrà sanata, e le figlie non si troveranno di fronte al vuoto a ventuno o a quarant'anni. Allorché la soddisfazione delle madri renderà le figlie contente di essere donne, queste ultime non dovranno «ridursi» ad essere femminili; potranno dispiegarsi finché si renderanno conto da sole della propria identità. Non avranno bisogno dell'o-
pinione del ragazzo o dell'uomo per sentirsi vive. E quando le donne non avranno più bisogno di vivere attraverso i mariti e i figli, gli uomini non temeranno più l'amore e la forza delle donne, né avranno bisogno della debolezza altrui per dimostrare la propria mascolinità. Potranno finalmente vedersi reciprocamente come sono. E questo potrà essere forse il prossimo passo nel processo dell'evoluzione umana.
(Trad. di L. Wallz Mannucci)

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