Chi ha avuto la fortuna di leggere “I sommersi e i salvati” (G. Einaudi editore) di Primo Levi (Torino, 1919-1987) non può non riconoscere che si tratta di un libro splendido, prezioso. Già autore dell’indimenticabile romanzo autobiografico intitolato “Se questo è un uomo”, romanzo in cui ripercorre la sua esperienza di deportato nel campo di Auschwitz, Levi pubblicò “I sommersi e i salvati” un anno prima di morire, nel 1986.

 

 

sommersi_salvatiIn questo libro egli ci trasmette le sensazioni di un uomo che rielabora a distanza di anni la terribile esperienza del Lager, offrendoci un saggio di rara bellezza e dai molteplici spunti etici e filosofici. Da “I sommersi e i salvati” vorrei proporvi due brani che mi hanno davvero impressionato, che rileggo senza mai farmi influenzare dalle mie convinzioni e sui quali ho sospeso ogni giudizio, considerati lo stupore e l’emozione che suscitano in me. Questo è il primo brano:“Al mio ritorno dalla prigionia è venuto a visitarmi un amico più anziano di me, mite ed intransigente, cultore di una religione sua personale, che però mi è sempre parsa severa e seria. Era contento di ritrovarmi vivo e sostanzialmente indenne, forse maturato e fortificato, certamente arricchito. Mi disse che l’essere io sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, di un accumularsi di circostanze fortunate (come sostenevo e tuttora sostengo io), bensì della Provvidenza. Ero un contrassegnato, un eletto: io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz, ero un toccato dalla Grazia, un salvato. E perché proprio io? Non lo si può sapere, mi rispose. Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza: non stavo infatti scrivendo allora, nel 1946, un libro sulla mia prigionia? Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivò il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro; potrei avere soppiantato, cioè di fatto ucciso. I ‘salvati’ del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della ‘zona grigia’, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”.

 

 

Nel secondo brano, Levi ci racconta un episodio cruciale della sua permanenza ad Auschwitz. Egli vi entrò nel febbraio del 1944 e venne subitoPrimoLevi sottoposto alla selezione iniziale: era un uomo in buone condizioni fisiche, nutrito normalmente, il rischio della camera a gas era minimo, se così si può dire. E infatti fu destinato al lavoro. Ma nell’ottobre del 1944 – otto mesi dopo la prima - gli toccò una seconda selezione; a questo appuntamento egli si presentò in tutt’altre condizioni (denutrito, malfermo sulle gambe, provato) e, logicamente, ebbe ‘quella’ paura, paura che cercò di esorcizzare per qualche attimo con la tentazione che dà il titolo a quest’articolo. Un conflitto interiore di breve durata, un fugace caso di coscienza: l’animo umano sfiora la morte. Ecco come Levi ci racconta quel drammatico episodio: “Come Améry, anch’io sono entrato in Lager come non credente, e come non credente sono stato liberato ed ho vissuto fino ad oggi; anzi, l’esperienza del Lager, la sua iniquità spaventosa, mi ha confermato nella mia laicità. Mi ha impedito, e tuttora mi impedisce, di concepire una qualsiasi forma di provvidenza o di giustizia trascendente: perché i moribondi in vagone bestiame? perché i bambini in gas? Devo ammettere tuttavia di aver provato (e di nuovo una volta sola) la tentazione di cedere, di cercare rifugio nella preghiera. Questo è avvenuto nell’ottobre del 1944, nell’unico momento in cui mi è accaduto di percepire lucidamente l’imminenza della morte: quando, nudo e compresso fra i compagni nudi, con la mia scheda personale in mano, aspettavo di sfilare davanti alla ‘commissione’ che con un’occhiata avrebbe deciso se avrei dovuto andare subito alla camera a gas, o se invece ero abbastanza forte per lavorare ancora. Per un istante ho provato il bisogno di chiedere aiuto ed asilo; poi, nonostante l’angoscia, ha prevalso l’equanimità: non si cambiano le regole del gioco alla fine della partita, né quando stai perdendo. Una preghiera in quella condizione sarebbe stata non solo assurda (quali diritti potevo rivendicare? e da chi?) ma blasfema, oscena, carica della massima empietà di cui un non credente sia capace. Cancellai quella tentazione: sapevo che altrimenti, se fossi sopravvissuto, me ne sarei dovuto vergognare.”

 

 

 

Barbara X

www.donvitaliano.it

 

 

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