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Cultura

Un filo rosso sangue nella storia


Il razzismo è un sentimento antico che accompagna la storia dell’uomo. Indubbiamente non fu un'invenzione del nazismo, come un’attitudine superficiale potrebbe condurre a credere. Secondo lo storico Friedrickson, è possibile parlare di razzismo quando le differenze tra gli individui vengono considerate “innate, indelebili ed immutabili”.

Questa teoria trova un riscontro nella scienza a partire dal XIX secolo, quando alcuni filoni di ricerca portano a legittimare una gerarchia caratterizzata da una razza evoluta superiore a quella primitiva dei “selvaggi”. Il XIX secolo è ricordato per l'ondata di modernità e di progresso che si manifestò nella Belle Époque, nel telefono, nella cinematografia e che nella Tour Eiffel ha una sorta di simbolo. Quell'imponente struttura in ferro fece la sua apparizione nel 1889, in occasione dell'esposizione universale di Parigi. In un ambiente così frizzante e innovativo, proprio accanto alla Tour Eiffel era stato allestito una sorta di zoo che ospitava i selvaggi dell'Amazzonia e i nomadi del Sahara, tenuti in gabbia come bestie, che venivano osservate dai visitatori con un misto di ripugnanza e curiosità.

L'antisemitismo è una particolare forma di razzismo, una radicale attitudine di intolleranza. Come affermò Primo Levi, l'odio contro gli ebrei è un caso peculiare di un fenomeno più vasto, e cioè dell'avversione contro chi è diverso da noi. Essendo affine a quello che abbiamo definito essere il razzismo, anche la storia dell'antisemitismo affonda le sue radici in un passato molto lontano: il pregiudizio antigiudaico, infatti, si sviluppò in seno alla dottrina cristiana, che dipingeva gli ebrei come gli alleati di Satana. Durante il Medioevo, ad esempio, in Inghilterra erano accusati di impastare il pane con il sangue dei bambini e già nel 1300 numerose famiglie furono vittime di veri e propri pogrom. In Spagna e in Portogallo fenomeni di discriminazione si manifestarono fermamente dal 1492, quando la limpieza de sangre espulse dal paese coloro che non si convertivano al cristianesimo. Per quanto riguarda la Germania, invece, l'integrazione degli ebrei nella società non incontrò particolari ostacoli fino al 1870, quando venne loro concessa la piena cittadinanza. Durante il Reich guglielmino, infatti, ebrei e tedeschi furono posti sostanzialmente sullo stesso piano, ma proprio questa nuova prospettiva di uguaglianza scatenò movimenti reazionari che diffusero l'immagine degli ebrei quali “classe affaristica” colpevole del dilagare della crisi economica. In questo contesto lievita il celebre e delirante “mito ariano”.

Nell'opera “La distruzione degli ebrei d'Europa”, lo storico Raul Hilberg riporta un discorso tenuto da un deputato il 6 marzo del 1895 nel Reichstag, in cui sentenziò che gli ebrei erano dei “parassiti” e “vibrioni del colera”, rendendo patente che l'antisemitismo si era insediato anche in Germania. Da questo momento, una fitta serie di filosofi e di politici insistette sul fatto che il popolo tedesco fosse depositario del primato in Europa, e forse nel mondo. Questa idea della Nazione Tedesca sopravvisse alla disfatta della Prima Guerra Mondiale, uscendo perfino rafforzata dall'umiliazione subita nel trattato di Versailles. Adolf Hitler, uno dei personaggi più infausti e perversi della storia, si impadronì di questa teoria e in pochi anni il suo partito registrò un'impennata inaudita, spinta dalla furia di un paese umiliato, dalla bramosia di vendetta e dall'orgoglio nazionalistico alimentato dalle tesi, spesso distorte ed arbitrariamente interpretate, di illustri filosofi come Fichte, Hegel, Nietzsche. Si arrivò a sostenere che tutto ciò che non era germanico fosse non soltanto inferiore, ma anche detestabile, perciò da distruggere.

Era un terreno predisposto ad accogliere il seme dell'intolleranza e dell'odio razziale e, in effetti, rivelò tutta la propria fertilità nella crudeltà disumana della Shoah. Primo Levi evidenziò che gli ebrei analizzati con la lente nazista erano solo apparentemente esseri umani, mentre in realtà avevano tratti del tutto alieni: erano descritti come abominevoli, demoniaci, osceni, “più lontani dai tedeschi che le scimmie dagli uomini”. Sembravano essere colpevoli di tutto, dal bolscevismo alla crisi del '29, e divennero il capro espiatorio della Germania intera. I campi di sterminio diedero una risposta mostruosa a questo disprezzo e il passaggio dalla predicazione teorica all'azione pratica fu brutale.

Uno degli aspetti che sono stati maggiormente oggetto di studio riguarda i sentimenti e pensieri che abitavano l'animo dei carnefici. Come Hannah Arendt sottolineò, nella maggior parte dei casi i proseliti del Führer non erano mostri, carnefici o aguzzini nati con il distorto desiderio di uccidere: al contrario, erano uomini qualunque. Uomini qualunque che erano convinti di appartenere ad una razza superiore destinata a diventare dominatrice sulle altre.

Nei campi non c'era solo la morte, ma anche una follia collettiva che si abbatteva ferocemente contro i prigionieri e le vittime, condannati ad un processo di reificazione. Si ricordi il marchio da bestiame impresso sulla loro pelle; il viaggio interminabile in vagoni merci senza cibo, né acqua, né aria; lo sfruttamento come cavie da laboratorio per esperimenti medici; la mancata distribuzione di cucchiai, sebbene i magazzini di Aushwitz ne fossero pieni, che li costringeva a mangiare con le mani.

Il tema della razza è uno dei più interessanti e stimolanti, dato che nessuno si astiene dall'avere un'opinione in proposito. Innegabilmente siamo diversi per aspetto, comportamento e abitudini; per secoli si è cercato di tradurre queste differenze in una classificazione razziale, ma nessuno è mai riuscito a definire le “razze umane” compilandone un catalogo che non venisse presto smentito. La genetica e l'antropologia ne hanno recentemente fornito la motivazione: siamo tutti discendenti da antenati che si stabilizzarono nell'Africa dell'Est e che poi colonizzarono tutto il pianeta in poche migliaia di anni. Ciò significa che non c'è stato il tempo di isolamento sufficiente per la formazione di razze biologiche distinte. Tuttavia, com'è evidente, l'assenza di razze non corrisponde all'assenza di razzismo e la convinzione che esista una “razza superiore” alimenta ancora oggi i conflitti sociali. Se ciò accade, significa che questa teoria, per quanto infondata, suona ragionevole e rassicurante per coloro che lo appoggiano. Sangue e suolo, dicevano i nazisti: il posto dove siamo nati determinerebbe infallibilmente abitudini, credenze religiose, inclinazioni morali e via discorrendo.

Sebbene le efferatezze compiute dai tedeschi siano considerate l'emblema dell'odio razziale e della discriminazione, queste piaghe si sono manifestate in numerosi contesti successivi: solo per citarne alcuni, l'apartheid in Sudafrica, la “pulizia etnica” nella ex Jugoslavia, la segregazione razziale negli Stati Uniti, fino all'ostilità contro gli immigrati di cui anche l'Italia si rende protagonista. Infatti, secondo il sondaggio Demos del giugno 2015, il 42% della popolazione considera una minaccia la presenza dello straniero nel nostro territorio. Leggendo i quotidiani e guardando il telegiornale, appaiono frequentemente immagini di migranti ammassati in barconi assolutamente inadatti ad affrontare la traversata del Mediterraneo o del mar Egeo. Migranti che vengono rifiutati da molte persone, timorose del fatto che rubino soldi, lavoro, tempo e che compromettano la sicurezza. Migranti che fuggono dalla fame, dalla povertà, dalla guerra. Migranti che assomigliano a quei 963 ebrei che viaggiarono sulla St. Louis nel 1939, diretti a Cuba, negli Stati Uniti e infine in Canada per cercare un riparo dalle persecuzioni naziste. In nessun porto, però, questo riparo fu loro offerto; anzi, furono respinti e obbligati a ripiegare.

Magari comprendere quanto avvenuto non è necessario come si crede. Anzi, Primo Levi sostiene che non si debba comprendere, poiché “comprendere è quasi giustificare, penetrare nei sentimenti dell'altro, accogliere in sé, identificarsi”. Non si può pensare che un uomo sano di mente potrà mai identificarsi con le convinzioni scellerate, maniacali e disumane di Hitler. Il suo odio e quello dei suoi numerosi seguaci non ha nulla a che vedere con la razionalità: è un sentimento “fuori dall'uomo” e, di conseguenza, non può essere capito. Ma nonostante capire sia impossibile, conoscere è necessario.


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