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Ripartono le trattative a Palazzo Chigi che cerca di equilibrare le richieste di Air France con il ritorno dello Stato nel capitale della compagnia. Scaroni: "Non possiamo tenere in vita noi la società".

Al governo di Enrico Letta non riesce ancora la quadratura del cerchio su Alitalia e mentre l’Eni è pronta a chiudere i rubinetti del carburante, l’esecutivo studia il ritorno dello Stato nel capitale della compagnia di bandiera con una quota vicina al 16% per mantenere l’equilibrio con Parigi presente nel capitale di Air France, secondo il quotidiano la Repubblica, mentre nei giorni scorsi il Sole 24 Ore parlava addirittura di un 30 per cento. Nell’incontro a Palazzo Chigi di lunedì, però, il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato e quello dei Trasporti Maurizio Lupi non sono riusciti a mediare per arrivare a un’intesa con le banche sul rifinanziamento del debito della compagnia aerea.

“C’è una discussione a 360 gradi”, ha spiegato il viceministro all’Economia Stefano Fassina, a margine dell’incontro in cui erano presenti i vertici di Unicredit, Intesa SanPaolo (che è nella doppia posizione di socio e creditore della compagnia), Banca Leonardo e il top management di Alitalia, senza entrare nel dettaglio di un’ipotesi di un salvataggio che veda in prima linea le Ferrovie di Stato che non era presente a Palazzo Chigi. Ad ogni modo lo scenario è smentito dallo stesso Lupi che deva aver afferrato l’entità delle problematiche Antitrust che verrebbero sollevate da un’operazione del genere. “Il governo non ha mai proposto l’ingresso di Fs in Alitalia – ha detto – Abbiamo fatto un buon lavoro, ci siamo riconvocati per domani e tireremo le somme”. Non resta quindi che trovare la quadra tra le esigenze dei soci francesi e quelle degli italiani restii a mettere mano al portafoglio tanto quanto i cugini d’Oltralpe.

Martedì 8 ottobre, quindi, nuovo round di consultazioni alla ricerca di un futuro per la compagnia aerea. Che ha le ore letteralmente contate: “Non possiamo certo aumentare il fido a una società il cui futuro non ci dà sicurezza. Se non riscuote la fiducia degli azionisti non possiamo tenerla in vita noi con il carburante”, ha detto significativamente il numero uno di Eni, Paolo Scaroni che ha dato tempo alla compagnia fino a sabato per saldare i suoi debiti pena lo stop della fornitura da 1,2 miliardi l’anno.

Intanto la voce degli industriali, il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, fa sapere che “per avere una compagnia globale forse l’Italia è un Paese un po’ piccolo”. Senza contare che “il trasporto aereo sta soffrendo in tutto il mondo”. Tuttavia c’è il placet alla partita: “Se si può mettere mano a un progetto di medio e lungo termine, strategico per il Paese, sono a favore”. Il punto però resta: “Chi paga per il disastro in cui è stata cacciata Alitalia?”, come si chiede Lorenza Bonaccorsi, deputato Pd, componente della commissione Trasporti della Camera. “I contribuenti si sono già sacrificati, ora lo Stato non può e non deve più mettere neanche un euro nella compagnia di bandiera – aggiunge – L’operazione elettorale decisa da Silvio Berlusconi nel 2008 ha caricato sullo Stato 3 miliardi di debiti, dando a prezzi di saldo alla cordata di imprenditori italiani una compagnia libera dal fardello del passato. In cinque anni, con la successione di diversi amministratori delegati, si è arrivati al disastro di oggi, con migliaia di posti di lavoro a rischio e il possibile naufragio anche del piano di sviluppo da 12,5 miliardi per l’aeroporto di Fiumicino”. Un piano per la realizzazione del quale il governo Monti ha varato, alla fine dello scorso anno, gli aumenti tariffari sullo scalo romano con beneficio dei soci di Adr, controllata dalla famiglia Benetton che è anche tra i soci di peso di Alitalia.

Una visione distorta secondo il vicepresidente di Alitalia, Salvatore Mancuso che, in un’intervista rilasciata al Messaggero, lunedì 7 spiegava come il costo di 3 miliardi per i contribuenti per il salvataggio orchestrato da Berlusconi e dell’ex ministro, Corrado Passera, all’epoca ai vertici di Banca Intesa, sia una “sonora balla” perché non si tiene conto di quanto la cordata dei patrioti abbia fatto “risparmiare allo Stato Italiano” dal momento che non si tiene conto “dell’apporto degli azionisti privati per un miliardo” e della “salvaguardia di 15mila posti di lavoro” che una eventuale cessione a Air France-Klm non avrebbe mai garantito.

Il gruppo franco-olandese, che ha il 25% di Alitalia, è infatti da tempo in ristrutturazione ed ha anche annunciato altri 2.800 esuberi che, secondo l’amministratore delegato, Alexandre de Juniac, sono un male necessario a riportare la compagnia in pareggio. Per il top manager francese, il gruppo tornerà in utile dal 2013, mentre la sola Air France ci riuscirà solo nel 2014. “La ristrutturazione – precisa de Juniac – ci darà i mezzi per svilupparci, per aprire nuove rotte”, in particolare verso Africa, Asia e America Latina, ovvero i mercati a forte crescita. Gli stessi che evidentemente interessano anche ad Alitalia.

Intanto il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, fa sapere che il ritorno dello Stato nella compagnia di bandiera non sarebbe gradito a Bruxelles. “Non so se ci sarà un ingresso pubblico in Alitalia, ma credo che la cosa migliore sia un accordo con gli stranieri – ha detto ai microfoni di Rai Radio 1 – Il partner pubblico rischia di far diventare di nuovo Alitalia una compagnia statale e bisogna valutare se sia fattibile e lecito anche da un punto di vista degli aiuti di Stato. Quando la vicenda esplose per la prima volta qualche anno fa noi a Bruxelles lavorammo per dar vita a una compagnia completamente privata per non far gravare i debiti sui cittadini italiani”.

 

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FQ