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Last updateGio, 16 Feb 2017 12pm

Fatti e Curiosità

L’oro di Trastevere


Pare che in certe stanze, per settimane poco si sia smorzato il lume. Si riformava. Trastevere Boys, li hanno chiamati. Onde evitar angustie e timidezze, li han voluti giovani, “digitali”, creativi, non specialisti. Tra brochure, foto-ricordo, eccitazione e tramezzini, hanno rifatto il mondo. Riempie, rifare il mondo a 40 anni. A Luglio, missione compiuta. “È stato bello...ragazzi”. Non possiamo non immaginare meritate spiagge, relax e ombrelloni...
“La vedo stressata...lei di che si occupa?”.
“Sistemi educativi...sa...riforma della scuola”.
“Nun me dica...”.

Assodato che i discorsi difficili su temi complicati sono la prosecuzione dell’onanismo con altri mezzi, senza dubbio riformare a parole la scuola italiana è stato per decenni notevolissimo caso di specie. Ovviamente nei fastosi apparati non tutto è stato onanismo; c’era pure il direttamente dannoso. Ma è il primo che affascina. Son vent’anni che una casta di “esperti” ci ammannisce teoremi e comandamenti; un immenso universo di norme e feticci verbali vive senza più rapporto con la realtà: supponente, labirintico, contraddittorio; scritto in un gergo sciatto e asfissiante.

Prendiamo un pezzetto di questa “buona scuola”, il comma 14, quello che cambia il POF. Volendo spiegare il POF ai profani, diremmo che esso è tutt’ ‘e cose che si fanno in una scuola; che, siccome non faceva fino chiamarle tutt’ ‘e cose, allora le si chiamò POF. Naturalmente, chi dentro la scuola ci vive, sa benissimo che il ritrovato, sbilanciando la faccenda verso “l’emporio”, più danni che altro ha prodotto. Ma era la grande stagione dell’Autonomia e, come si suole dire in certi corridoi, “Che svorta fai, si la botta de novo nuncellai?”.

Sennonchè, siccome il nuovo ha da avanzà e la scuola ha da esse scien...scien...scien...tifica (Gassman, I soliti ignoti, 1958), voilà le PTOF (piano triennale offerta formativa). Non ridete, perché farne uno non è affatto robetta da niente: servono quattro finissime mosse: 1) Predisporre; 2) Indirizzare; 3) Elaborare; 4) Approvare. Tralasciando l’aspetto esoterico, cioè il fatto che ogni scuola debba avere, per legge, una fantomatica, condivisa “identità culturale e progettuale” (“rivedibile annualmente” – non si sa mai –), vediamo nei fatti come si fabbrica un PTOF: 1) “Ogni Istituzione scolastica predispone con la partecipazione di tutte le sue componenti (dunque, docenti, dirigente, segretario, applicati, tecnici, bidelli, studenti e congiunti) il piano triennale dell’offerta formativa” (comma 14, 1). “Ai fini della predisposizione del piano, il DS promuove i necessari rapporti con gli enti locali e con le diverse realtà istituzionali, culturali, sociali ed economiche operanti sul territorio” (comma 14, 5) (lo facesse davvero, passerebbe settimane a girar per contrade). 2) Visti e sentiti Presidente del Circolo degli scacchi, Amministratori di Municipalizzata, Itticoltori, Rotary, Ordine dei medici, Confartigianato, Sindaco, Avis e Pro-loco, debordante di idee, a questo punto il Dirigente indirizza, cioè promana concetti ispiratori. 3) Ispirati quanto basta, tre o quattro tizi elaborano il documento da votare in Collegio. Sorge un busillis: e se l’elaborato venisse respinto o cospicuamente modificato rispetto agli indirizzi del demiurgo? Si riprende daccapo? Si va comunque avanti? Si fa finta di niente? Non si sa. 4) Il Consiglio di Istituto approva (un tempo, misticamente, “adottava”). Qualora rigettasse? Silenzio. Processo finito: la scuola può funzionare.

Si potrebbe a lungo continuare: i ghirigori, nella 107, non mancano: dagli “stili di apprendimento”, alla “didattica laboratoriale”, dal “metodo cooperativo” all’ “apertura al territorio”, dall’ “apprezzamento sociale del DS”, alle declamazioni oniriche su CLIL, inclusività, individualizzazioni e personalizzazioni; per finire –inarrivabile genialata– con le 200 ore di alternanza Scuola/Lavoro nel triennio liceale. Sfoglino, i riformanti, volumi di Fisica, Scienze, Storia e Filosofia del 5° anno; e ci dicano poi dove si trova il tempo (misericordia voglia che resti un ghirigoro).

Tra qualche giorno (pardòn, mese) ogni scuola si darà la sua immaginaria “identità culturale”; con la solita brava sfilza di chiesastici obiettivi cognitivi e socio-affettivi; tutti al posto giusto, recitabili come preghiere. Come sempre il cruciale fascicolo conterrà tutt’ ‘e cose.

Poi verranno i danni seri: gli staff, l’intimidazione, gli affarucci, i servilismi, i comitati di valutazione, le chiamate dirette, gli incarichi triennali, la distribuzione di mance, la pressione perché si standardizzi, si punti al “pratico”, all’ “utilizzabile”. Pensare uguale, pensare piccolo, pensare al sodo.

Di riforme se ne eran viste tante, ma questa è assolutamente speciale. Torna in mente la lezione sul pernacchio del grande Eduardo, ne “L’oro di Napoli”; e cosa dovesse significare la mirabile emissione: “Tu si ‘a schifezza ra schifezza ra schifezza ra schifezza ‘e rifforme!”.

Gigi Monello


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