Mentre il presidente deposto dell’Honduras, Manuel Zelaya, continua a rimanere rifugiato nell’Ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, e l’edificio è circondato dall’esercito, nel piccolo Paese centramericano si svolgono le contestatissime elezioni presidenziali.

Cinque mesi dopo il golpe che ha portato al potere Roberto Micheletti, il ministro degli Esteri verdeoro, Celso Amorim, ha ribadito che il proprio Paese non riconoscerà il risultato di queste elezioni, in quanto non è stato consentito al leader legittimo il ritorno alla guida del Governo. Alcuni consiglieri del presidente Luiz Inácio Lula da Silva sarebbero però dell’opinione che a questo punto della crisi diplomatica sia necessario un passo indietro. Il Brasile – è il loro ragionamento – si sarebbe già spinto al limite nell’appoggio a Zelaya, e proseguendo oltre si correrebbe il rischio di rimanere isolati rispetto alla posizione che l’intera comunità internazionale, volente o nolente, prenderà. Parte dell’entourage lulista sta insomma facendo forti pressioni sul presidente-operaio affinché questi si convinca che l’eventuale ritirata strategica segnerà sì una sconfitta brasiliana, ma sarà una di quelle sconfitte di cui si può andare orgogliosi. Secondo indiscrezioni, qualora Lula dovesse tenere conto dei propri consiglieri più moderati, l’accettazione del nuovo corso honduregno avverrà a tappe.

fonte: Musibrasil.net

 

 

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