Cerchio_AQInterpretando i sillogismi adottati dai paleocorifei della novella “asinistra”, attualmente, per “sinistra”, dovrebbe intendersi la semplicistica e ipocrita traslazione di taluni precetti cattolici nel loro sempre più malsano contesto socioantropologico.

Se ne desume che, forse proprio in ossequio a questa loro acquisita propensione, una amministrazione comunale di “asinistro” orientamento, quella di Cerchio, un culturalmente terremotato coacervo antropico dell'aquilano, guidata allora come ora dai medesimi esponenti di una asinistra che non ha esitato a degenerare in un osmotico compromesso con il centrodestra pur di conservare il potere più fine a sé stesso, avvalendosi del prezioso contributo venutole dall'allora Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi e dall'abulia di taluni magistrati, abbia concepito e attuato l'istituzionale vilipendio di tre cadaveri, disperdendone poi i resti chissà dove.

Una ulteriore conferma in tal senso, mi è venuta dialogando con un convinto esponente dell'asinistra, al quale, però, nell'intento di poter fugare ogni possibile equivoco, ho raccomandato di delineare la sua collocazione politica adottando un “metodo effettivo”. Purtroppo, non ne è stato capace. In compenso, si è però ulteriormente smarrito in un meandro di autodissipazione, paludandosi nell'insensata apologia delle tautomerie e delle tautologie elette a proprio “pabulum” dall'ignoranza e dalla corruzione del politichese, al fine di plagiare ulteriormente le già obnubilate menti di buona parte del suo elettorato. Non rendendosi evidentemente conto del fatto che non attraverso l'ambiguità di un gergo, ma mediante la dignità di un idioma sia possibile inferire con il dovuto rigore espositivo.

La ateleologica indole dell'odierna asinistra, si esprime superlativamente attraverso i suoi sistematici insuccessi elettorali. Ciò capita dal momento in cui essa ha introdotto nel proprio genoma lo spauracchio dell'ideofobia. Non tenendo nel dovuto conto il fatto che il niente non abbia futuro. Così si spiega la sua inesorabile parabola discendente. Il niente si è patologicamente infiltrato nel suo tessuto connettivo da quando essa ha sconfessato le sue radici storiche, e quindi le sue idee: le sue “riza”, per intenderci. Questo lo ha fatto al fine di poter liberamente soddisfare la sua acquisita predisposizione amebica. Svincolandosi da ogni riferimento storico-filosofico, ha potuto camaleonticamente parodiare ogni contingenza sociale.

Oggigiorno, infatti, per sinistra è forse da concepire qualcosa suscettibile di stabilire un continuum con il pensiero di Gramsci? No. Perché lo hanno rinnegato. Con quello di Togliatti? Peggio ancora: di lui si vergognano. Con quello di Nenni o di Pertini? Neppure a pensarci! Quindi, in cosa si compendia l'asinistra?. Nel niente! Nel “nec ens”. Perché, senza ideologia, viene meno il substrato culturale di riferimento: mancano le idee da elaborare!

La sua base elettorale ha insensatamente abboccato a questa stratificazione ideofobica scientemente concepita dai brontosauri dirigenti di questa amorfa espressione sociale. Sottovalutando, nella sua ignoranza intrisa sovente di corruzione e di ipocrisia, che soltanto quando l'”eidos” si coniuga con il “logos”, si manifesta e si consolida un incommensurabile patrimonio creativo e di progettualità altrimenti sopito nelle coscienze.

Domandando al mio levogiro interlocutore di fornire un “metodo effettivo” capace di rendere univocamente il concetto di sinistra, lo facevo avendo in mente una affermazione di R. Musil: “La matematica è una meravigliosa apparecchiatura fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili”. Questo, in antitesi con le affermazioni degli esponenti dell'odierna asinistra, i quali sintetizzano superlativamente una puntuale osservazione di W. James: “Un gran numero di persone credono di stare pensando, quando invece stanno semplicemente riorganizzando i loro pregiudizi”.

Attraverso la rimozione dell'ideologia, questi anfoteri asinistri dimenticano che il processo evocativo delle immagini non necessiti dell'effettivo coinvolgimento delle relative sensazioni. La dinamica di questo frattalico momento elaborativo venne compiutamente investigato dai filosofi greci.

Secondo Platone, l'immagine imita la copia della realtà soprasensibile: perciò essa si pone in relazione con qualcosa che non è più presente e che appartiene ormai al mondo delle sensazioni. Il verbo che la declina è infatti “mimèomai” e il sostantivo è “mimòs”, che vuole appunto dire imitare.

Aristotele riconduce l'immagine al prodotto dei sensi, dal momento che la sua dinamica è presente anche mancando la relativa sensazione; ma essa può essere parimenti evocata mancando l'opinione, che a sua volta comporta la credenza in qualcosa. Secondo lui, pertanto, l'immagine è movimento o “kìnesis”, il quale consegue a sua volta alla sensazione, pur essendone però dissimile compiendosi in tempi diversi. Ne consegue che essa venga a esprimere un segno delle cose e si conservi indipendentemente da esse. Anche perché, per loro stessa natura, le immagini sono immateriali.

Esaminando la questione sotto l'ottica clericale, tanto per non dispiacere agli odierni levogiri, basta ricordare che S. Agostino riteneva le immagini generate dalle cose corporee e dalle sensazioni, le quali, una volta percepite, non solo possono essere agevolmente ricordate, ma possono anche essere modificate, scomposte e ricomposte. Comincia a delinearsi ora l'effettiva importanza dell'ideologia?

Nella lingua greca, l'”eikòn” o icona o immagine percepita, e l'”eìdos” o forma ideale, esprimono concetti differenti. Tale differenza si coglie ricordando i verbi dai quali esse discendono: infatti, mentre icona deriva da “eoika”, che esprime l'esser simile, l'idea deriva da “orào”, che vuol dire vedere con la mente.

E' bene tuttavia ricordare che primitivamente “eìdos” si riferiva all'aspetto esteriore delle cose, e che solo successivamente assunse il significato di idea o di forma ideale. Per questo, con “eikòn” si indica l'aspetto attraverso il quale qualcosa appare all'osservatore. Esso esprime quindi il modo di offrirsi della realtà, come nel caso della forma assunta nella mente dalle cose pensate, sognate o ricordate. La sua derivazione si riconduce perciò a “orào” e a “eìdos”; ma anche a “eikòn”, segnatamente alle somiglianze con quel che appare come icona.

In questo modo diventa comprensibile la dinamica che traduce l'immaginazione, per esempio, di un cavallo alato: vale a dire di qualcosa di mai visto, ma che si conosce perfettamente. La fantasia rende disponibili moltissime immagini che la sensazione non riconosce come ricevute globalmente, ma singolarmente. Basta pensare in proposito alle ali del cavallo. Sarà compito della fantasia ricomporre quelle immagini in modo tale da poterne costruire innumerevoli altre.

L'immagine è pertanto sicuramente l'effetto dell'immaginazione; ma essa esprime anche la sensazione percepita dall'osservatore. Ecco perché essa è fantasia: è cioè l'impronta lasciata da quel fenomeno nella mente umana; il fantasma è invece il pensiero immaginativo.

Siccome la dinamica della immaginazione implica la produzione di immagini proprie, essa diventa una facoltà creativa presente negli uomini; questo, al contrario della imitazione, la quale riproduce invece immagini già prodotte da altri e preesistenti nell'individuo. Ne consegue che, come diceva Kant, la matematica è una scienza sovrana perché fa quello che vuole; la filosofia è invece assegnata alla presenza dell'oggetto sensibile; dunque, la matematica è da considerarsi un'attività squisitamente immaginativa. Georg Cantor, il padre della moderna teoria degli insiemi, diceva: “L'essenza della matematica è nella sua libertà”.

La coscienza immaginativa appartiene pertanto al poeta come all'artista o al fisico, ma anche alla gente comune. E allora si capisce perché, come diceva Eraclito, “Morte è quanto vediamo da svegli; sogno, quanto vediamo dormendo”. Perciò una volta era facile incontrare intelligenze enciclopediche, mentre oggi è sempre più frequente incontrare enciclopediche ignoranze. Le quali, tanto per non smentirsi, non esitano a esibire ammalianti pagelle scolastiche che purtroppo servono soltanto a rievocare le parole di una canzone del defunto Ivan Graziani: si tratta infatti, sistematicamente, di studenti (o scolaretti?) modello i quali, purtroppo, pur sapendo recitare i classici a memoria, non sanno distinguere il ramo da una foglia. Sono individui che in realtà trasmettono la loro presunta scienza: cioè l'ignoranza. E, per loro sfortuna, ormai questo è sotto gli occhi di tutti. Anche se nessuno sembra rendersene conto! A quanto pare, inutilmente Einstein ripeteva: “La mente intuitiva è un sacro dono e la mente razionale è un servo fedele. Abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono”. Questo, perché il dono è peculiare della mente e non delle zucche. Soprattutto, quando esse sono pure vuote!

Piero Tucceri


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