Spesso si parla della caduta delle ideologie, e del fatto che essa abbia provocato il crollo dei punti di riferimento sociali, morali e politici.  

Ho recentemente assistito ad un dibattito, durante il quale si sosteneva la palese vuotezza del pensiero contemporaneo e la conseguente insostanzialità dell'azione politica provocate proprio dalla mancanza di ideologie.  Ma, se si affronta la riflessione in maniera più approfondita, si può arrivare a mettere in dubbio che la caduta delle ideologie sia necessariamente un male.

Per prima cosa, mancanza di ideologia non significa necessariamente assenza di valori, e forse, specie nell'ambito politico, il venir meno delle ideologie può essere anche un bene. Tentiamo di capire il perché.

L'ideologia costituisce un sistema precostituito di valori di riferimento; essa si presenta quasi come un dogma, come qualcosa che non va in nessun modo confutato.

Chi aderisce a grandi sistemi ideologici spesso trasforma l'ideologia in un feticcio, in qualcosa che guida, che pretende e che esige rispetto, proprio come un Dio.

E allora si può dire che, nel secolo scorso, le ideologie abbiano soppiantato il venir meno della fede causato dal Positivismo e dal Razionalismo occidentali, ma, e qui sta il punto, esse stesse sono diventate a loro volta delle religioni.

La politica deve essere prassi, azione; deve considerare ciò che è utile in quel preciso momento storico, e non rifarsi ad un insieme di idee inserite in un castello ideologico; in caso contrario,  si rischia di non fare le riforme necessarie per seguire ciò che il dogma ideologico impone.

Di recente, il filosofo Uberto Galimberti ha messo in luce il parallelismo fra il Cristianesimo, che è una religione ed in quanto tale presenta dei dogmi, e alcuni sistemi ideologici del Novecento.

Marx, ha detto Galimberti, è stato un grande Cristiano, perché, al di là delle apparenze, lo schema filosofico che ha proposto ricalca quello del Cristianesimo, che vede il passato come peccato, il presente come redenzione, il futuro come salvezza.

Marx, consapevolmente o meno, ha adottato lo stesso impianto filosofico, vedendo nel passato il male e lo sfruttamento della classe operaia, nel presente la rivoluzione, nel futuro la giustizia.

Bertrand Russell, nel suo famoso saggio "Storia della filosofia occidentale", ha evidenziato il parallelismo fra ebraismo e materialismo dialettico.

Anche se la loro applicazione pratica non ha portato ai risultati sperati, non è mia intenzione affermare che i grandi sistemi ideologici del passato, come comunismo e socialismo, non mantengano sfaccettature di rilievo a livello teorico (e in questo senso mi viene in mente Pier Paolo Pasolini quando affermò, parafrasando Marx, che la civiltà dei consumi ha provocato un "genocidio delle culture"); purtroppo, però, non sono più attuali.

La realtà contemporanea è completamente diversa; oggi più che mai è difficile identificare i veri detentori del potere, ed è impresa ardua individuare gli aggregati che comandano. Sono i capitalisti? Sono gli organismi finanziari? Sono le grandi multinazionali? È la Chiesa? Sono le agenzie di ratings? È la politica? All'epoca di Marx, invece, era chiaro chi detenesse il potere (i capitalisti) e chi ne fosse subalterno (i lavoratori).

La netta contrapposizione fra lavoratori e imprenditori si è molto attenuata negli ultimi decenni. Spesso gli imprenditori si ritrovano, per dirla con un'espressione famosa e banale, sulla "stessa barca" dei loro operai; in questo senso la contrapposizione dialettica hegeliana fra tesi e antitesi, alla base dello stesso marxismo, è venuta meno. 

La situazione attuale richiede più che mai l'elaborazione di progetti concreti, formulati senza preconcetti e ideologie limitanti. Bisogna "solo" osservare la realtà, capire l'attuale contesto storico, e prendere i provvedimenti che sembrano più idonei.

Questo non significa essere privi di valori, significa solo essere adeguatamente attivi.

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