ETF, come difendersi dall'aumento dei tassi d'interesse

Gli Exchange Traded Fund hanno fatto nel recente passato la fortuna di tanti investitori, che hanno creduto in questo prodotto a basso rischio alla ricerca di un profitto più o meno sicuro senza dover passare dalle continue ondulazioni del mercato finanziario. Ora, però, su questo prodotto potrebbe esserci un nuovo imprevisto con cui dover fare i conti, ossia un rialzo dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea.

 

La tempistica in tal senso non sembrerebbe lasciare spazio ad interpretazioni: i saggi di riferimento potrebbero cambiare a fine 2018, al termine del programma straordinario di acquisto di titoli dell’Istituto con sede a Francoforte. Secondo le stime degli esperti di settore, con l’aumento dei tassi caleranno i prezzi delle obbligazioni tuttora in circolazione, dal momento che i mercati tendono a pesare un evento in anticipo e a regolare di conseguenza i prezzi.

Prima di capire quali strategie adottare prima del cambio dei tassi, è bene ricordare che gli ETF sono particolari strumenti d’investimento a gestione passiva, ossia consentono di acquistare un paniere di titoli. L’investitore, così come accade per i fondi, affiancherà i suoi risparmi a quelli di altri investitori e la somma così scaturita sarà utilizzata dal gestore del fondo per acquistare strumenti con l’obiettivo di generare un profitto generato dalle “performance” singole di ogni prodotto finanziario. Trattandosi di fondi che adottano strategie passive, l’ETF non hanno un andamento proprio, ma replicano quello degli indici o delle asset class di riferimento dei differenti prodotti, dando anche maggiore discrezionalità al gestore che avrà più scelte a disposizione per generare un profitto.

Chi è già in possesso di questi fondi potrebbe assistere ad una nuova “corsa all’oro” in caso di effettivo rialzo dei tassi di interesse. Secondo Jose Garcia-Zarate, associate director di Morningstar per la ricerca sugli Etf in Europa, le possibilità strategiche sono tre.

I più esperti, ossia coloro che sono in grado di monitorare gli sviluppi del mercato e capire in che maniera e con quali tempistiche riusciranno ad influenzare la politica monetaria nazionale ed internazionale, potranno pensare di ridurre la cosiddetta “duration”, ossia il grado di sensibilità del portafoglio alle variazioni dei tassi di interesse.

Scendendo infatti da una duration media di 7,5 anni fino a 4,65 anni si riduce sensibilmente la probabilità di perdite scaturite dal calo dei prezzi dei titoli, mantenendo però al contempo tutti i benefici della diversificazione. Si potrebbe, poi, pensare ad escludere dal proprio portafoglio il rischio di rialzo dei tassi, introducendo obbligazioni a tasso variabile, che per caratteristiche tecniche hanno duration pari a zero, oppure sottoscrivendo ETF che prevedano una copertura di tale variabile.

Questa soluzione, però, potrebbe esporre ad un’altra tipologia di rischio legati al credito. La terza opzione è maggiormente conservativa, come spiega lo stesso Garzia-Zarate: «Gli investitori che utilizzano le obbligazioni solamente per controbilanciare l’esposizione azionaria non dovrebbero prestare troppa attenzione alle variazioni dei tassi di interesse», in quanto la diversificazione di prodotti presenti nel portafoglio tra asset diametralmente opposti tra loro già garantisce una certa sicurezza nei confronti di eventuali rialzi dei tassi d’interesse.

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