Sembra che qualche segnale cominci ad apprezzarsi: aumenta in maniera sempre più consistente l'insofferenza della gente nei confronti della situazione determinata dai migranti, la quale è divenuta ormai ingestibile. Il guaio è che siamo sgovernati da una nominata compagine di incapaci poltronisti intenzionati a surrogare i voti, e in particolare quelli attinti nella pseudosinistra, con quelli degli immigrati che beneficeranno del riconoscimento dello ius soli.

Questa parodia di governo sta sbandando vistosamente sotto i colpi della decisa iniziativa adottata al riguardo dall'Ungheria, dall'Austria, dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca e dalla Slovacchia, i quali premono in favore di una coordinata azione volta a impedire l'incessante flusso di mezzi navali carichi di merce umana dalle coste libiche verso l'Italia. In proposito, il capo dello sgoverno italiano non sa cosa fare. Lui, il proletario conte Paolo Genticloni, sa soltanto ripetere il consunto ritornello secondo il quale l'Europa dovrebbe dimostrarsi solidale, e quindi dovrebbe accettare di lasciarsi invadere, nella sempre più inattuabile distribuzione dei falsi profughi, i quali sono invece di fatto semplici migranti economici. Ma non basta! Perché nel suo sempre più mortificante asservimento alla paranoia degli ambienti finanziari, costui ha avuto l'ardire di precisare che, sulla questione, lui non accetti lezioni (sic!!!) da quegli Stati, dimostrantisi veramente tali e non scaduti come l'Italia al ruolo di mere espressioni geografiche!, e rivendicando come un suo diritto quello di pretendere la loro solidarietà!

Per fortuna, i rappresentanti di quelle Nazioni, i quali non hanno nulla da imparare da lui e dai suoi conniventi, con in testa Viktor Orban, gli hanno risposto per le rime. E questo rende ancor più impellente la necessità di sbarazzarsi quanto prima di questo sgoverno subdolamente manovrato dal burattinaio Renzusconi.

Siccome quando la barca cola a picco, e lo sgoverno Genticloni rischia di farlo, i topi scappano, anche in questo caso si registrano le prime defezioni governative. Un ministro, Enrico Costa, e un sottosegretario, Massimo Cassano, lo hanno già fatto. D'altronde, una delle vocazioni dei nostri politicanti, è proprio quella del cambio di casacca nei momenti di bisogno. Ora lo stanno facendo gli anfoteri alfaniani. Che, come gli altri, sanno attuarlo in maniera impeccabile. Tanto sono sicuri che i soliti sprovveduti seguiteranno imperterriti a votarli. E così adesso questi personaggi in cerca di autore intendono tornare fra le rassicuranti braccia di papà Silvio, il quale, dopo qualche ritrosìa di facciata, li accoglierà di nuovo nel suo ovile.

Purtroppo, dietro questo avvilente fenomeno sociale e politico, c'è un aspetto della Costituzione che nessuno ha finora avuto il coraggio di rivedere, nonostante la sua costante pericolosità per la democrazia. Si tratta del cosiddetto vincolo del mandato parlamentare, il quale esonera appunto l'eletto da ogni impegno di mandato.

Di fronte all'odierno contesto sociopolitico italiano, esso suona vistosamente anacronistico, atteso che, attualmente, l'eletto non rappresenti di fatto la Nazione, come vorrebbe la Costituzione, bensì solo ed esclusivamente il proprio tornaconto personale. Così che il cittadino non si senta assolutamente rappresentato da quei traditori i quali cambino facilmente la loro casacca nel corso della legislatura e quindi senza un previo passaggio elettorale.

Questo aspetto della nostra Costituzione dovrebbe pertanto essere opportunamente rivisto, puntualizzando che l'eletto non rappresenti la Nazione, ma soltanto il partito con il quale si sia presentato. Nel momento in cui costui non dovesse essere più in accordo con la linea del partito nel quale fosse stato eletto, dovrebbe semplicemente dimettersi. Per legge. Non rappresentando più il partito e avendo tradito gli elettori che lo avevano votato.

 

 

 

 

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