Italia divisa

La connotazione di una Nazione, è quella di essere costituita da individui accomunati dall’intento di costruire insieme qualcosa in una prospettiva futura. Sullo stesso presupposto riposa del resto ogni altra manifestazione di integrazione antropica: dalla famiglia a qualsiasi altra espressione di aggregazione sociale.

Questo lo suggerisce lo stesso riferimento terminologico, atteso che il latino Natiònem voglia dire nascita, dal tema di Nàtus, participio passato di Nàsci, stante appunto per nascere. Dal che si evince come essa si informi a una generazione di persone nate in una medesima regione e quindi abitanti un medesimo territorio, e aventi da lungo tempo interessi assai comuni fra loro, tanto da riguardarsi come appartenenti alla stessa razza. In proposito, riecheggiano eloquenti le parole di Platone: “Non si è cittadini perché si abita un certo luogo, né perché si abbia accesso alle istituzioni giudiziarie” (Politica, 1275 a 5 ss).

Bisogna pertanto rilevare come qualsiasi aggregato antropico, comunque costituito, sia tenuto insieme dalla volontà di fare qualcosa per il futuro: qualcosa compendiatesi in funzione delle specifiche contingenze e traducentesi nei sogni e negli ideali, magari utopici, attraverso i quali il processo aggregativo produca situazioni di gratificazione. Non a caso, quando si vive con una insufficiente scorta di ideali, si compromette ogni speranza, rendendo il futuro una mera reiterazione del presente. Il che fa’ venir meno la motivazione ad aggregarsi, concedendo spazio all’individualismo: a quello stesso individualismo del quale soffre la società odierna. Non a caso, si rileva come la spinta ad aggregarsi cessi nel momento in cui ciascuno cominci a procedere per proprio conto. In ambito familiare, questo ricorre quando i suoi componenti cercano affetto fuori dalle mura domestiche, e quindi quando ognuno torna a incedere lungo la sua strada.

Così la società o la famiglia o qualsiasi altra espressione aggregativa comincia a sfaldarsi. Proprio come l’ipertrofizzazione dei localismi mina l’unità di una Nazione. Del resto, quando occorre far fatica per rimpiazzare i vecchi aderenti a un gruppo, vuol dire che sia iniziata la sua fine. Perché allora si smette di sognare; o, meglio, allora non si sogna più insieme. Poiché soltanto quel che venga sognato in comune abbia la suscettibilità di diventare un progetto condiviso, una speranza comune. In mancanza di questo presupposto, lo stare insieme scade in un estenuante sopportarsi a vicenda e in continui litigi.

Un gruppo di persone che recida le radici dei propri sogni, non ha futuro ed è pertanto condannato a dissolversi. Quando esso è invece animato da grandi ideali, allora risulterà particolarmente coeso. Perché, mancando il consenso sul da fare insieme per domani, allora anche il passato diventa trascurabile e il presente si riduce a vivere un passato che non voglia passare. Allora non si perde soltanto il passato: allora si perde soprattutto il futuro! Come capita attualmente, attraverso l’ottenebrante rincorsa delle subdole frenesie della finanza globalista, a proposito della quale quella che rappresenta ormai una sempre più onusta icona per i nostrani levogiri, e non soltanto per essi, come Palmiro Togliatti, così si esprimeva: “Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri”.