Gli scandali che si sono verificati in questi giorni mi inducono a fare qualche considerazione sul rapporto che lega  politica e onestà.

L'intento di questo scritto non è quello di promuovere la legalità con un discorso apologetico e scontato, bensì quello di far capire come il politico onesto, (ma il discorso si potrebbe allargare a tutte le categorie), ha molte più possibilità di mantenere saldo il proprio potere di quello che pratica l'illegalità.

Per dimostrare questo assunto, ho l'intenzione di citare un saggio di Hannah Arendt intitolato "Sulla violenza", nel quale la filosofa descrive il rapporto fra potere e violenza.

Hannah Arent è entrata nella storia della filosofia per aver descritto il male in termini diversi dal consueto (nel saggio intitolato "La banalità del male" afferma che il male non sia radicale, ma solo estremo e banale).

Nel saggio intitolato "Sulla violenza", la Arendt, contro filosofi come Thomas Hobbes, afferma che il potere non può che reggersi sul consenso dei sottoposti.

Spesso chi fa violenza, e io interpreto l'illegalità come una forma di violenza, ritiene che questo sia l'unico modo per raggiungere e mantenere il potere.

La Arendt con il suo saggio dimostra che non è così; infatti, per mantenere il potere è necessario avere il consenso dei sottoposti: “È il sostegno del popolo che dà potere alle istituzioni di un Paese", afferma la filosofa.

A questo proposito la Arendt propone un semplice esempio: un uomo che ha in mano un'arma può avere il comando momentaneo su alcune  persone, ma non ha di certo il potere, perché le stesse non lo sostengono. Prima o poi sarà costretto a lasciare l'arma, e il suo potere cesserà.

Contrariamente a quello che si pensava in precedenza, la Arendt afferma che l'essere umano non miri solo al dominio sugli altri; per dimostrare questo prende ad esempio la vecchia economia basata sulla schiavitù.

Come scrissi in un mio precedente articolo sull'argomento, (LEGGI QUI) gli schiavi servivano ad affrancare i padroni dal dovere di svolgere le faccende domestiche, permettendo agli stessi la partecipazione alla vita pubblica. “Se fosse vero che non c'è niente di più dolce che dare ordini e dominare sugli altri, il padrone non avrebbe mai lasciato la sua casa", afferma la filosofa.

L'essere umano, pertanto, non punta solo al dominio, il cui esercizio può rivelarsi insoddisfacente, e, per converso, chi è comandato non si accontenta di "essere comandato" ma, esplicitamente o implicitamente, ha bisogno di dare il consenso al potere che su di lui viene esercitato. La Arendt afferma a questo proposito: "Un ardente desiderio di obbedire e di essere comandati da un uomo forte spicca nella psicologia umana almeno quanto la volontà di potere. La volontà di potere e la volontà di sottomissione sono interconnesse”.

Lo Stato quindi non si basa sulla coercizione, perché i cittadini solo spontaneamente possono appoggiare il potere che l'apparato pubblico esercita su di loro, ecco perché la Arendt parla di "volontà di sottomissione".

In sostanza,  se un apparato rimane al potere è perché, direttamente o indirettamente, è sostenuto dai subalterni. 

Il potere esiste solo ed esclusivamente quando i sottoposti danno il consenso a chi comanda: “La questione dell'obbedienza non è decisa dal rapporto comando/obbedienza ma dall'opinione e dal numero di coloro che la condividono. Gli uomini soli senza appoggio di altri, non hanno mai potere a sufficienza per usare la violenza con successo.”

La Arendt afferma inoltre che il potere "appartiene ad un gruppo e continua ad esistere soltanto finché il gruppo rimane unito.”

Riportando il ragionamento della Arendt all'illegalità, si può dire che un politico disonesto non avrà mai l'appoggio dei suoi rappresentati; da ciò scaturisce che solo il politico onesto mantiene il potere.

Chi la pensa diversamente "brucia" la sua posizione per avere in cambio un maggior introito momentaneo. Ma le strategie durevoli si vedono nel lungo termine. 

Qualche lettore potrebbe obiettare a quanto sopra detto, asserendo che, in passato, alcuni uomini politici hanno mantenuto il potere per lungo tempo, pur non essendo del tutto onesti. A questa possibile critica replico subito: erano altri tempi, tempi in cui il peso dell'illegalità non era sentito come oggi perché non c'era la crisi, perché tutti (o quasi tutti) arrivavano a fine mese, e tutti credevano di avere un destino assicurato. Queste certezze, tuttavia, si sono sgretolate, e oggi la gente si indigna molto a causa degli scandali politici, e non ne rimane mai indifferente. 

Oggi il politico che delinque mantiene il potere per poco tempo, poi forse viene condannato, e presto dimenticato.

È  giunto quindi il momento di capire che l'onestà non solo è giusta, ma conviene. Il politico onesto mantiene il potere grazie al consenso della gente.

Il politico che inaugurerà una nuova stagione basata sulla legalità manterrà il proprio potere nel lungo periodo e sarà appoggiato (e sicuramente anche ricordato) dal popolo.