Con la sentenza 11504/2017, i giudici della prima sezione civile della Corte di cassazione hanno indicato come nuovo criterio di spettanza dell'assegno divorzile «l'indipendenza o autosufficienza economica dell'ex coniuge che lo richiede». Evoluzione, sottolinea la nota, in linea con la «natura “assistenziale”» dell'assegno stesso.

La Corte di appello di Milano aveva già ritenuto, con sentenza 27 marzo 2014, non dovuto l'assegno divorzile in favore della signora perché non aveva dimostrato l’inadeguatezza dei propri redditi ai fini della conservazione del tenore di vita matrimoniale. La corte di appello aveva constatato l'incompletezza della documentazione reddituale prodotta dalla signora contestualizzando il fatto che l'altro coniuge aveva nel frattempo subito una contrazione reddituale successivamente allo scioglimento del matrimonio.

La signora ha proposto ricorso per cassazione sostenendo fra i motivi che la Corte milanese avrebbe negato il suo diritto all'assegno sulla base della circostanza che il coniuge non avesse mezzi adeguati per conservare l'alto tenore di vita matrimoniale, dando rilievo decisivo alla riduzione dei suoi redditi rispetto all'epoca della separazione, mentre avrebbe dovuto prima verificare la indisponibilità, da parte dell'ex coniuge richiedente, di mezzi adeguati a conservare il tenore di vita matrimoniale o la sua impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Infine la signora era dell'opinione che i giudici di merito di Milano avrebbero escluso il diritto all'assegno, disconoscendo la rilevanza della sperequazione tra le situazioni reddituali e patrimoniali degli ex coniugi e dando erroneamente rilievo agli accordi raggiunti in sede di separazione che, al contrario, indicavano la disparità economica tra le parti e la mancanza di autosufficienza economica della stessa.

La Corte di cassazione spiega perché non è così e rileva che la Core d'appello di Milano è pervenuta a una conclusione conforme a diritto laddove ha ritenuto che la signora non avesse assolto l'onere di provare la sua non indipendenza economica, all'esito di un giudizio di fatto adeguatamente argomentato, dal quale e' emerso che è imprenditrice, ha un'elevata qualificazione culturale, possiede titoli di alta specializzazione e importanti esperienze professionali anche all'estero e che, in sede di separazione, i coniugi avevano pattuito che nessun assegno di mantenimento fosse dovuto dall’ex coniuge.


DOPO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE 22 maggio 2017
Divorzio, al via le battaglie per rivedere gli accordi patrimoniali
Ciò che però in questo momento rileva è quanto in questi anni più volte sostenuto dai più accorti patrimonialisti ma non ancora recepito da provvedimenti giurisprudenziali anacronistici e superati. Una volta sciolto il matrimonio civile (o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso) sulla base dell'accertamento giudiziale, passato in giudicato, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente. Questo, spiega la Corte, sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale. Resta fermo, in presenza di figli, l'esercizio della responsabilità genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi.

Ma, estinto il rapporto matrimoniale, il diritto all'assegno di divorzio può essere riconosciuto solo dopo che sia accertato giudizialmente la mancanza di «mezzi adeguati» dell'ex coniuge richiedente l'assegno o, comunque, dell'impossibilità dello stesso «di procurarseli per ragioni oggettive». Questo accertamento deve passare necessariamente attraverso due fasi: dapprima l'eventuale riconoscimento del diritto (fase dell'an debeatur) e - solo dopo il risultato positivo di questa verifica - la determinazione quantitativa dell'assegno (fase del quantum). Il diritto condizionato all'assegno di divorzio ha fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di «solidarietà economica» (art. 2, in relazione all'art. 23, Cost.) a carico di entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona” economicamente più debole (cosiddetta “solidarietà post-coniugale”) che giustifica la doverosità della sua «prestazione» (art. 23 Cost.).


DIRITTO DI FAMIGLIA 10 maggio 2017
Assegno divorzile, che cosa cambia dopo la sentenza della Cassazione
Una volta che il diritto all'assegno di divorzio è riconosciuto alla “persona” dell'ex coniuge nella fase dell'an debeatur si può procedere a “determinarne l'ammontare”, non già “in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel corso di tale seconda fase, avendo lo stesso rapporto, ancorché estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita in comune («la comunione spirituale e materiale») degli ex coniugi.

La Cassazione sottolinea che il carattere condizionato del diritto all'assegno di divorzio comporta la sua negazione in presenza di «mezzi adeguati» dell'ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità «di procurarseli», vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso - e pertanto, in carenza di ragioni di «solidarietà economica», l'eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una “locupletazione illegittima”.

È decisivo pertanto, ai fini del riconoscimento, o no, del diritto all'assegno di divorzio all'ex coniuge richiedente:

a) interpretare cosa si intenda da caso a caso con l'espressione «mezzi adeguati»;

b) accertare l' “impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive”;

c) individuare il “parametro di riferimento”, al quale rapportare l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei «mezzi» del richiedente l'assegno

d) verificare la “possibilità-impossibilità” dello stesso di procurarseli.

È il coniuge che richiede l'assegno che deve dimostrare la sussistenza delle condizioni cui è subordinato il riconoscimento del relativo diritto. Quando l'ex coniuge richiedente l'assegno possiede «mezzi adeguati» o è effettivamente in grado di procurarseli, il diritto deve essergli negato tout court. Quando invece dimostra di non possedere «mezzi adeguati» e prova anche che «non può procurarseli per ragioni oggettive», il diritto deve essergli riconosciuto.


LA CAUSA DI DIVORZIO DELL’EX PREMIER 11 maggio 2017
Assegno a Veronica, ora Berlusconi spera nello «sconto» della Cassazione
Quando la Corte accenna al parametro di riferimento - al quale rapportare l'adeguatezza-inadeguatezza” dei «mezzi» del richiedente - richiama precedenti pronunce dal 1990 dalle quali è stato costantemente individuato nel «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio». Dopo 27 anni peraltro la Corte enuncia finalmente che non è più attuale l'orientamento fin qui seguito per rilevare il “tenore di vita matrimoniale” che, così come articolata, rappresenta una indebita prospettiva di “ultrattività” del vincolo matrimoniale.

La Corte corregge la scelta pregressa che ometteva di considerare che il diritto all'assegno di divorzio è eventualmente riconosciuto all'ex coniuge richiedente esclusivamente come “persona singola” e non già come (ancora) “parte” di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale.
E aggiunge che il parametro del «tenore di vita» induce inevitabilmente ma inammissibilmente una indebita commistione tra le predette due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti.

Accennando a rendite parassitarie e ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto sciolto e di responsabilizzazione del coniuge che pretende l'assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale, la Corte di cassazione abbandona la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”, perché non solo ormai il divorzio è stato assorbito dal costume sociale, ma è generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, dissolubile previo accordo, con una semplice dichiarazione delle parti all'ufficiale dello stato civile.

La formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell'assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte dell'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni obbligo.


CORTE DI CASSAZIONE 10 maggio 2017
Assegno di divorzio: non conta più il tenore di vita matrimoniale
In proposito, un'interpretazione delle norme sull'assegno divorzile che producano l'effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell'individuo che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.

Non è più quindi configurabile come un interesse giuridicamente rilevante o protetto quello dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale.
L'interesse tutelato con l'attribuzione dell'assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione - esclusivamente - assistenziale dell'assegno divorzile. Nel giudizio se spetti l'assegno, infatti, non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l'assegno successivamente al divorzio.

Il Collegio ritiene che vada individuato nel raggiungimento dell'” indipendenza economica” del richiedente: se è accertato che quest'ultimo è “economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.

Facendo un excursus comparativo col diritto del figlio maggiorenne alla prestazione («assegno periodico») dovuta dai genitori la Cassazione pone in luce la vera portata del concetto del principio di “autoresponsabilità” che vale certamente anche per l'istituto del divorzio. E spiega che il divorzio segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l'accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi - irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no - delle relative conseguenze anche economiche.

Questo principio, inoltre, appartiene al contesto giuridico europeo.
In questa prospettiva, il parametro della “indipendenza economica” è normativamente equivalente a quello di “autosufficienza economica”.
È necessario soffermarsi sul parametro dell'”indipendenza economica”, al quale rapportare l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei «mezzi» dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio, nonché la “possibilità-impossibilità «per ragioni oggettive»”.

Il relativo accertamento nella fase dell'an debeatur attiene esclusivamente alla persona dell'ex coniuge richiedente l'assegno come singolo individuo, cioè senza alcun riferimento al preesistente rapporto matrimoniale.
Soltanto nella fase del quantum debeatur è legittimo procedere ad un “giudizio comparativo” tra le rispettive “posizioni” (lato sensu intese) personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli specifici criteri dettati dalla legge.

Ciò premesso, il Collegio ritiene che i principali “indici” - salvo ovviamente altri elementi, che potranno eventualmente rilevare nelle singole fattispecie - per accertare, nella fase di giudizio sull'an debeatur, la sussistenza, o no, dell'”indipendenza economica” dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio - e, quindi, l'”adeguatezza”, o no, dei «mezzi», nonché la possibilità, o no «per ragioni oggettive», dello stesso di procurarseli -possono essere così individuati:

1) il possesso di redditi di qualsiasi specie;

2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza («dimora abituale»: art. 43, secondo comma, cod. civ.) della persona che richiede l'assegno;

3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all'età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo;

4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Al coniuge richiedente l'assegno incombe l'onere di provare la non “indipendenza economica” dell'ex coniuge che fa valere il diritto all'assegno di divorzio: allo stesso spetta allegare, dedurre e dimostrare di “non avere mezzi adeguati” e di “non poterseli procurare per ragioni oggettive”. Tale onere probatorio ha ad oggetto i predetti indici principali, costitutivi del parametro dell'”indipendenza economica”, e presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo coniuge, restando fermo, ovviamente, il diritto all'eccezione e alla prova contraria dell'altro. In particolare, mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formerà normalmente oggetto di prove documentali - salva comunque, in caso di contestazione, la facoltà del giudice di disporre al riguardo indagini officiose, con l'eventuale ausilio della polizia tributaria -, soprattutto “le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale” formeranno oggetto di prova che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l'onere del richiedente l'assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative assunte per il raggiungimento dell'indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali esperienze lavorative.

Il giudice del divorzio:
a) deve verificare, nella fase dell'an debeatur - informata al principio dell'autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall'accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all'assegno di divorzio fatto valere dall'ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest'ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di «mezzi adeguati» o, comunque, impossibilità «di procurarseli per ragioni oggettive»), con esclusivo riferimento all'indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” - salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie - del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all'età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all'eccezione ed alla prova contraria dell'altro ex coniuge;

b) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur - informata al principio della «solidarietà economica» dell'ex coniuge obbligato alla prestazione dell'assegno nei confronti dell'altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell'assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all'esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[....] condizioni dei coniugi, [....] ragioni della decisione, [....] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [....] reddito di entrambi [....]»), e “valutare” «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al fine di determinare in concreto la misura dell'assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell'onere della prova (art. 2697 cod. civ.).

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-05-11/divorzi-l-assegno-va-provata-non-indipendenza-economica-163320.shtml?uuid=AEA0kQKB

–di Cristina Rossello 11 maggio 2017

 

Veramente encomiabile e assolutamente completo di ogni particolare per la migliore comprensione della importantissima sentenza, l'articolo che vi proponiamo oggi de Il Sole 24 Ore che riguarda e riporta la sentenza della Corte di Cassazione del 10 maggio 2017. In tale sentenza vengono esplicitati i nuovi criteri cui i giudici dovranno attenersi per la concessione dell'assegno di divorzio al coniuge che lo richiede. Ovviamente non vogliamo ripetere ciò che l'articolo meritoriamente e degnamente descrive, ma ci sembra opportuno sottolineare l'enorme ritardo con il quale la Corte ha sentenziato in materia e i danni enormi che la precedente legislazione ha procurato a migliaia di persone. Per lo più uomini, evìidentemente ritenuti, del tutto erroneamente, la parte forte della coppia, vorrei dire senza tema di essere tacciatato di esagerazione, la parte da spennare. Ma non solo danni ai poveri malcapitati che si ritrovavano a dover fare i conti con magistrati all'arrembaggio che, benda agli occhi e sordità ai richiami della coscienza, partivano lancia in resta a comminare vere e proprie prebende alle sussiegose signore che con il massimo della cortesia si degnavano di accettare vere e proprie vincite ai più generosi giochi d'azzardo. E che dire del fatto che i criteri di assegnazione di assegni alla " parte debole" era divenuto un tale spauracchio da indurre buona parte delle possibili future coppie ad evitare il matrimonio proprio per paura di un possibile, eventuale e pù che probabile prossimo salasso.Con tutte l conseguenze nefaste che una tale situazione sociale determinava.

Valga per tutte la sentenza che ha assegnato alla signora Veronica Lario, ex Berlusconi, ben 100.000,00 (diconsi centomila) euro al giorno che obbiettivamente , per quanta antipatia Silvio Berlusconi potesse suscitare, era una somma che gridava vendetta. Ci auguriamo, per quanto pensiamo che non lo meriti, che il signor Brelusconi possa finalmente cavarsi un dente che deve avergli molto fatto male.

Tanino Ferrola


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