Ad entrare nel vivo della questione, una rappresentante dell’associazione “L’impronta”, Antonella De Santis: sono 250 milioni, in tutto il mondo, i bambini al di sotto dei 14 anni, che sono costretti a lavorare.
Ciò significa che uno su sei vive in condizioni di miseria familiare e la maggior parte di essi non è neanche registrata all’anagrafe. Tra questi, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, 120 milioni, circa il 50%, sono quelli di età compresa tra i 5 e 14 anni, che lavorano a tempo pieno; sono impegnati a produrre quegli articoli, che usiamo tutti i giorni, per il tempo libero e lo sport. Ben 171 milioni svolgono un lavoro pericoloso ed 8 milioni sono vittime delle peggiori forme di sfruttamento.
Le aree principalmente interessate da questo fenomeno sono l’Asia, la Ruanda, l’India, che vanta il primato mondiale dello sfruttamento dei minori, utilizzati per la produzione di fiammiferi, il Pakistan, il Nepal, ma anche molte aree dell’Europa, dell’Africa, degli Stati Uniti e dell’America Latina, come Colombia e Brasile.
Neanche l’Italia è immune: esistono 300mila bambini sfruttati per lavoro; si pensi ai casi scoperti e denunciati a Reggio Calabria, a Gravina di Puglia, a Lizzanello, in provincia di Lecce. Simbolo della ribellione dei bambini sfruttati è Iqbal Masih, un bambino pakistano: nel 1992, aveva dieci anni e, già da tre, lavorava in una fabbrica di tappeti, a volte per dodici ore al giorno, legato al telaio.
Un bambino, diventato eroe: i suoi occhi avevano il profilo della libertà. Il convegno è servito per conoscere, attraverso la proiezione di un video, la sua storia. Si impegnò come giovanissimo sindacalista nella difesa di tutti i bambini lavoratori. Da grande avrebbe voluto fare l’avvocato. Ma, nel 1995, mentre giocava in spiaggia, a quindici anni, fu sparato, perché la sua opera costituiva un pericolo per la mafia dei tappeti ed i mandanti del suo omicidio non sono mai stati trovati.
Come accennato dal sindaco Giovanni Quero, “una certificazione, in grado di garantirci che i tappeti, che acquistiamo o che ci vengono propinati anche dalle grandi campagne pubblicitarie, non siano stati creati dai bambini, può contribuire ad abbattere quel muro dell’omertà, al di là del quale vivono milioni di bambini.
Ed, ignorare questa realtà significa essere tutti autori dello stesso crimine, quello che ha portata alla tomba Iqbal, quello che, ancora oggi, porta alla tomba milioni di bambini”. Certamente, alla base dell’insistenza e del radicarsi di questa piaga sociale, come rilevato dall’assessore alla Cultura, Giuseppe Carucci, “c’è un malessere, che è quello della povertà, che porta molte famiglie a vendere la libertà e, spesso, la vita dei propri figli.
Sicuramente, l’indifferenza non può che aggravare il fenomeno. Tenere, invece, accesi i riflettori dell’opinione pubblica, comporta una presa di coscienza dell’esistenza di un problema, dal quale nessuna realtà mondiale è immune: complice la povertà, ma anche l’ignoranza diffusa”.
Sull’argomento, hanno portato la loro testimonianza, anche la sociologa Maria Vittoria Colapietro e padre Gianni Villa, missionario, che ha tracciato un quadro di quella che è la vita dei bambini in Colombia: vivono nella fogne, che diventano, spesso letto di morte, durante gli acquazzoni tropicali.
La vita lì, in quella parte del mondo, è sempre violenta. A Vito Mario Laruccia, critico d’arte, il compito di descrivere le opere, che, per l’occasione, sempre sul tema del lavoro minorile, sono state realizzate da artisti, tutti dell’associazione “L’impronta” onlus. Costruttivi e profondi anche gli interventi di Giovanni Azzaro, presidente della circoscrizione Montegranara – Salinella di Taranto, di Arturo Camerino, presidente dell’associazione culturale “L’impronta” e di Elisabetta Resta, presidente della Commissione Pari Opportunità Provincia di Taranto.
20 aprile 2009
Dott.ssa Maria FLORENZIO
