Ospite è una parola polivalente, che nomina sia chi accoglie sia chi è accolto. Come a dire che siamo tutti ospiti: d’altronde la terra e i luoghi non sono un possesso, li abbiamo ereditati e dobbiamo prendercene cura come ospiti, appunto, per poi consegnarli alle generazioni future.
Eppure c’è chi rivendica questo e quello, come se i cittadini fossero “padroni” dispotici, invece che abitanti di un luogo e di una società di cui essere responsabili. In tal modo la casa, reale e metaforica, da luogo di accoglienza diviene prigione identitaria, rischio già indicato dalla parentela etimologica di domus e dominus, dimora che si fa centro di esercizio del dominio sulle cose e le persone.
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo all’art. 1 recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Rileggendo queste parole, non possiamo non chiederci quale dignità venga riconosciuta ai migranti che lavorano in condizioni semi schiavili, a 2 euro l’ora 12 ore al giorno (vedi l’intervento di Barbara Spinelli). Che ne è dell’ospite che siamo, e della responsabilità a cui siamo chiamati, verso noi stessi e verso gli altri?
I fatti di Rosarno sono una tragedia annunciata, dopo la quale non si potrà più fingere di non sapere che il problema non è l’immigrazione, ma l’intreccio perverso fra sfruttamento, malavita e razzismo (vedi l’articolo del Guardian). Ma come è possibile che così tante persone siano insensibili allo sfruttamento di altri esseri umani? Secondo la filosofa Martha Nussbaum, gli “ultimi” sono tali non solo per le loro condizioni materiali, ma anche per via della degradazione simbolica cui sono sottoposti, grazie alla quale vengono considerati non pienamente umani. Argomento simile utilizza Judith Butler quando analizza le cornici di senso che rendono certe vite meno valide di altre: lo fa analizzando la guerra in Iraq dove, ad esempio, l’espressione “vittime collaterali” riferita ai civili morti durante i bombardamenti degrada certe vite, offuscando la capacità etica di piangerle.
L’immagine del migrante veicolata dai media italiani, e dai discorsi di alcuni esponenti politici, è una rappresentazione degradante di vite non uguali, di non-persone, come ebbe a dire il sociologo Alessandro Dal Lago. Soggetti cui non è riconosciuta un’umanità piena, spesso descritti con metafore allusive all’animalità, divengono simili a spettri: la loro esistenza è tra il visibile e l’invisibile, così come il loro sfruttamento.
Ecco perché è così urgente ritornare al senso originario dell’ospitalità, alla sapienza di vivere la casa non come dominio ma come luogo di cura di sé e degli altri, di responsabilità verso ciò che ci accoglie, di memoria di ciò che abbiamo ereditato e che in eredità lasceremo, tutti, indistintamente, ospiti.
Cesare Del Frate
