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Che mai più si affidi al solo giudizio dei Tribunali la decisione in merito al prolungamento o meno dell’esistenza in vita di qualsiasi altro cittadino italiano
Avv. Eugenio Gargiulo (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Dopo la tragica morte della giovane donna Eluana Englaro si impone una riflessione sul vuoto legislativo che ha caratterizzato tutta la vicenda.

Dopo appena quattro giorni ( rispetto ai quindici previsti dal personale medico della clinica La Quiete di Udine) dall’inizio delle
operazioni di riduzione dei trattamenti di idratazione ed alimentazione nei confronti della povera Eluana, è intervenuto ,purtroppo, il decesso della giovane donna ,alle ore 20,10 di un triste lunedì dei primi giorni di febbraio .

Mentre fuori si moltiplicavano le espressioni e manifestazioni pubbliche e private di pareri contrastanti sulla legittimità e umanità della soluzione adottata, in ottemperanza alla sentenza del 9/07/2008, pronunciata dalla Corte di Appello di Milano e confermata dalla Corte di Cassazione, nella clinica privata di Udine si consumava l’ultimo atto di una tragedia che ,per la giovane povera Eluana, aveva avuto inizio circa 17 anni.,ovvero da quando rimase vittima di un serissimo incidente automobilistico, il 18 gennaio 1992, dal quale riportò un gravissimo trauma encefalico e spinale .

A seguito di quel maledetto incidente, la trentasettenne Eluana Englaro era caduta in un stato di coma vegetativo “permanente” dal quale non si era mai più ripresa, sino ad ieri ,quando è stata posta fine al quella sua esistenza, che i suoi familiari più stretti avevano definito una “non vita”.

Sulla vicenda e sul suo tragico epilogo , che ha coinvolto la coscienza di ogni cittadino del nostro Paese, si continua a discutere ampiamente anche oggi, all’indomani dell’evento, in ogni sede.

Ormai, è stato scritto e si è letto di tutto, sia in un senso sia nell’altro, in relazione alla soluzione e al protocollo medico adottato e praticato nei confronti della povera Eluana per porre fine alle sue sofferenze ed alla sua esistenza in vita che , per alcuni, era da considerare priva di dignità umana.

La prima e imprescindibile considerazione dalla quale bisogna, necessariamente ,partire, è quella del rispetto assoluto del dolore e della sofferenza patiti in tutti questi anni dai genitori di Eluana.
Vanno , inoltre, rispettate le opinioni degli stessi, così tenacemente portate avanti, con grande difficoltà e pazienza , presso ogni sede ed, in particolar modo, nell’attesa dei vari verdetti giudiziari susseguitisi ,lentamente, nel corso di questi “lunghissimi” diciassette anni.

Tuttavia, alcune riflessioni, civili e pacate, su di un argomento verso il quale nessuno può , a priori, affermare quale sia la verità assoluta e la scelta davvero migliore, si impongono alla luce degli ultimi eventi ai quali l’intero Paese ha assistito ,in tempo reale, impotente.

Secondo la modesta opinione dello scrivente, esistevano una serie di motivi che dovevano impedire di adottare quella che è stata la scelta operata nei confronti della povera Eluana.

Ragioni che andavano e vanno anche al di là delle motivazioni, già di per sé molto importanti, sostenute dalla Chiesa Cattolica in tutti questi giorni, e che possono riassumersi nel concetto in base al quale a nessun uomo debba spettare la decisione sulla vita o la morte di un altro essere umano , in quanto il momento finale dell’esistenza umana è scelto e deciso da Dio . Il Papa , nell’Angelus di domenica 8/02/09, aveva ricordato che “Gesù può sempre guarire i malati” e che anche nella malattia più grave e pesante è da rinvenirsi la volontà di Dio , sebbene a noi uomini tale concetto possa risultare difficile da comprendere perché “siamo fatti per la vita”.

Ma esistevano ed esistono anche motivazioni più prettamente laiche, sia scientifiche, sia giuridiche, che possono sollevare seri dubbi in merito alla opportunità e correttezza del protocollo medico operato per porre fine alla esistenza della giovane Englaro.

Dal punto di vista scientifico, quello che era il trattamento medico, che quotidianamente veniva praticato alla giovane donna, non era , per stessa ammissione di moltissimi primari di ospedali, definibile come un “accanimento terapeutico” ,in quanto consisteva nella somministrazione di liquidi e sostanza nutritive, non chimiche ma naturali.
La vita di Eluana non dipendeva dall’essere o meno “attaccata” a complessi macchinari che ne permettessero la respirazione o , ad esempio , aiutassero le sue funzione renali. Nessun medico poteva quindi escludere al 100% la possibilità di una ripresa spontanea dello stato di coscienza della giovane donna, altresì , alla luce dei costanti e continui progressi della scienza medica in ogni settore. Scientificamente non si poteva, quindi, sostenere che quella di Eluana era una “non vita”.

Dal punto di vista giuridico , al di là della legittima domanda sulla definizione o meno di eutanasia da attribuirsi al protocollo medico operato nei confronti di Eluana ( e ricordiamo che l’eutanasia non è legislativamente ammessa in Italia) , quello che lascia un profondo senso di sconforto in tutta la dolorosa vicenda è , senza dubbio, il prendere atto di un vuoto legislativo sul tema che ha diviso in questi giorni il nostro Paese.

Il gioco a rimpiattino di scaricarsi ,ora, l’uno addosso all’altro le responsabilità politiche in relazione al tragico epilogo della vicenda Eluana è, al momento, inutile e infruttuoso. Bisognava pensarci a tempo debito, evitando di dover decidere frettolosamente , “correndo ad ostacoli contro il tempo”. Il decreto della Corte di appello di Milano era di luglio: c’era tempo affinché il potere legislativo del Parlamento potesse esprimere la volontà popolare di cui esso è rappresentativo, senza dover all’ultimo momento decidere di ricorrere ad una decretazione di urgenza che , come da Costituzione, era nelle facoltà dal Presidente della Repubblica non controfirmare.

La morale e l’insegnamento che deve lasciarci questo terribile caso umano, che tanto ha colpito le coscienze di ogni cittadino del nostro Paese, è che ogni questione così importante deve essere disciplinata da norme certe di legge che, ad esempio, espressamente regolamentino il concetto di testamento biologico , affinché il colmare tali vuoti legislativi, su questioni etiche così determinanti, non sia più affidato all’innaturale e non “fisiologicamente costituzionale” decisione dei Tribunali e delle Corti di Appello.

Foggia, 10 febbraio 2009 Avv. Eugenio Gargiulo

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