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jihadismo 2016 01

 

Il jihadismo in Italia, e più in generale l’ideologia salafita ed il sunnismo, hanno una storia di lunga data collegata al crescente numero di moschee costruite sul territorio.

Ruolo centrale è stato da sempre giocato dalla città di Milano, ed in particolare da una delle sue moschee, per la crescita e diffusione delle ideologie estremiste salafite e della pratica del jihadismo, un ruolo che non può essere marginalizzato ma che va esaminato per capire meglio la loro storia ed evoluzione nel Paese.

Un grandissimo contributo per questa analisi è stato costituito dagli scritti di Lorenzo Vidino con ‘Il jihadismo autoctono in Italia’ ed ‘Islam, Islamism and Jihadism in Italy’ (consigli per la lettura).

 

Per quanto riguarda il Jihadismo tradizionale , inteso come pratica che nasce in Paesi mediorientali e viene esportato in altri continenti, si può affermare che Milano costituisce una città di riferimento per egiziani e marocchini, dato che ha attratto un significante numero di immigrati da vari Paesi africani e mediorientali fin dal 1970.

E’ proprio da un gruppo di loro, affiliati ai ‘Fratelli Musulmani’, che nel 1977 nasce il ‘Centro islamico di Milano’, il primo in Italia ad ospitare jihadisti, dato che, nel corso degli anni ’80, molti egiziani appartenenti a ‘Gamaa Islamiya’ (organizzazione terroristica egiziana accusata di aver ucciso centinaia di egiziani ed occidentali per combattere i governi secolarizzati) vennero accolti tra i fedeli.

Gli stessi che alla fine degli anni ’80 fondarono l’Istituto Culturale Islamico che divenne la base di riferimento per le operazioni jihadiste del Gamaa in Europa: provvedeva al fornimento di documenti falsi, al rifugio per terroristi ricercati e finanziava le strategie dei militanti tramite soldi derivanti da rapine e spaccio di droga.

L’Istituto fu, negli anni ’90, un attore principale nel reclutamento di jihadisti che volevano unirsi alla guerra in Bosnia, attirando su di sé le attenzioni delle autorità le quali scoprirono subito la vera identità dei membri dell’Istituto ed i loro collegamenti con il terrorismo mondiale (Afghanistan, Africa e cellule europee) tanto da essere identificato come “the main al Qaeda station house in Europe”.

All’inizio del 2000 molte reti terroristiche furono smantellate, rilevando alcuni dati: tutti gli arrestati erano immigrati della prima generazione provenienti da Tunisia, Marocco, Libia e Algeria; alcuni iniziarono le loro attività per supportare gruppi terroristici nella loro Terra, ma finirono per supportare Al-Qaeda a livello mondiale; alcuni di loro si sono formati nei campi di addestramento afghani.

Negli anni seguenti l’Istituto continuò le sue attività (introducendo il reclutamento dei foreign fighters, circa 70 italiani furono inviati in Iraq durante l’invasione anglo-americana) cercando di ‘esternare le ideologie’ dalla Lombardia: nuove moschee comparvero in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Campania con la presenza di affiliati al GIA ed al FIS entrambe organizzazioni algerine.

 

Negli ultimi anni però si sta diffondendo uno Jihadismo di tipo autoctono, ovvero quel jihadismo promosso da organizzazioni o lone actors ‘costruito’ sul suolo italiano e scollegato dalle reti terroristiche internazionali e dalle moschee ma legato soprattutto alle comunicazioni ed all’indottrinamento tramite internet. È uno jihadismo che mira più che altro a colpire al di fuori dell’Italia (considerata più una sede per ideare le operazioni) o alla diffusione di materiale propagandistico; è supportato da individui, sia appartenenti alla seconda generazione di immigrati sia cittadini italiani convertiti, con caratteristiche sociologiche simili (sesso, età, istruzione, etnia, condizioni sociali) e che entrano in contatto tra di loro tramite social network, blog, e siti internet.

La bassa o inesistente pratica religiosa nella moschea è un altro fattore che distingue i due tipi di jihadismo: ciò può significare da una parte che l’Islam praticato in moschea non rispecchia quello degli aspiranti jihadisti, oppure che il jihad supportato da questi ultimi è in realtà un Jihad sociale, ovvero un’intolleranza ed una insofferenza verso i valori occidentali, verso le opportunità che l’occidente gli nega e verso la corruzione politica, che poco ha a che fare con la religiosità. I vari episodi di italiani diventati foreign fighters confermano tutto ciò, unica eccezione è il caso di Delnevo il quale iniziò la sua radicalizzazione in una moschea che ben presto abbandonò.

 

Un fattore determinante è anche quello della lingua: i primi immigrati conoscevano la lingua araba ma non quella italiana, i loro figli o gli immigrati di seconda generazione conoscono l’italiano ma non l’arabo e questo ostacola i rapporti con le cellule tradizionali (società chiuse e riluttanti) che spesso vedono gli autoctoni come semplici curiosi o come infiltrati.

L’unica sicurezza si ha nel fatto che i molti convertiti sono italiani, convertiti per svariate ragioni o per semplice imitazione ma in definitiva si può affermare che alcuni problemi possono essere risolti se la comunità musulmana trovasse leader moderati e rappresentativi, che è esso stesso uno dei grandi problemi attinenti l’islam. Si necessita di una rappresentanza musulmana dell’islam culturale e non solo dell’islam da moschea poiché ciò rappresenterà un’influenza per le generazioni di musulmani nati in Italia: se questi percepiscono l’islam come qualcosa di strano e nemico agli occhi degli altri, saranno più portati ad abbracciare ideologie radicali. Senza dimenticare che l’Italia è il Paese più radicato nel Cristianesimo e sede centrale del Papa (quindi un Paese crociato per gli estremisti islamici) ed è un alleato degli USA (quindi un Nemico).

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